Il mondo FQ

“Brignone? Un miracolo mentale. E il risultato non è la performance: l’atleta deve diventare inattaccabile”: parla il mental coach Marco Valerio Ricci

INTERVISTA - Lo specialista sottolinea l’importanza, per un atleta, di lasciare da parte il mondo esterno e concentrarsi su se stesso. E loda l’eccezionale risultato di Brignone: “Se si mette in testa qualcosa, ha un’attitudine incredibile”
“Brignone? Un miracolo mentale. E il risultato non è la performance: l’atleta deve diventare inattaccabile”: parla il mental coach Marco Valerio Ricci
Icona dei commenti Commenti

Gestire la pressione ai Giochi Olimpici è forse la sfida più ardua nella carriera di un atleta. Che cosa succede, però, nella testa di uno sportivo quando entra in gioco anche il peso delle aspettative di una Nazione intera? A rispondere a questa e altre domande, è il mental coach Marco Valerio Ricci, uno dei principali specialisti italiani nella Programmazione Neuro Linguistica, con un’esperienza ventennale nello sport. Ricci, infatti, è stato il primo mental coach italiano a entrare a far parte dello staff ufficiale di una Squadra Nazionale maggiore, la Nazionale Italiana di Rugby nel 2007.

Secondo il professionista, “è normale, in un evento come le Olimpiadi, che si crei una forte pressione data dalle aspettative di uno Stato”. Ed è qui che entra in gioco l’importanza di lavorare con un atleta sull’aspetto mentale con l’obiettivo, spiega Ricci, di “recuperare la dimensione umana dello sport, il suo perché più profondo”, che molto spesso coincide con “la passione e l’amore per la propria disciplina”. Federica Brignone, ad esempio, ci è riuscita nonostante un infortunio terribile che ha rischiato di compromettere la sua partecipazione ai Giochi. E invece, la campionessa azzurra non solo è riuscita ad esserci, ma ha anche conquistato due meravigliose medaglie d’oro: “Quello che ha fatto la Brignone, per il livello che ha saputo raggiungere e come ha saputo ritornare, è una sorta di miracolo”, aggiunge.

Oggi, però, eludere le aspettative del mondo esterno appare più difficile rispetto al passato. E una delle cause principali potrebbe essere legata all’uso dei social, che rischia di condizionare seriamente la tenuta mentale di un atleta, specialmente in una competizione tanto importante come i Giochi Olimpici: “La Gen Z è estremamente suscettibile al riconoscimento esterno, molto più di altre generazioni. Ai più giovani cerco di insegnare che i social non sono la realtà e che devono essere loro i padroni della loro presenza sui social”.

Eileen Gu ha detto: “Per me ogni medaglia olimpica è ugualmente difficile da raggiungere, ma le aspettative degli altri crescono”. Quanto spesso si vede uno scarto tra le aspettative del pubblico e gli obiettivi reali dell’atleta? E come si lavora per evitare che quelle aspettative influenzino gli obiettivi che si pone un atleta?

È una domanda sicuramente molto importante perché parte da una serie di presupposti. Quando si lavora con un atleta, bisogna aiutarlo a concentrarsi su di sé e a lasciare da parte tutto quello che è il mondo esterno, comprese le aspettative. È normale, specialmente in eventi come le Olimpiadi, dove c’è anche un orgoglio nazionale e una rappresentazione del proprio Paese, che si crei una forte pressione data dalle aspettative di uno Stato. Ma il punto è che l’atleta, di fatto, sta facendo una gara. E il modo per performare al meglio è quello di concentrarsi su quello che sta facendo, che di solito inizia con la passione e l’amore per il proprio sport. Uno dei punti fondamentali per aiutare l’atleta a performare e a raggiungere la perfezione nella performance non è il risultato. Il problema è che poi viene misurato sul risultato: c’è questo lavoro, che è importantissimo fare, di distinzione tra la performance, che porta al risultato, e il risultato stesso, che non dipende solo dall’atleta, ma da una serie di fattori, come i competitor.

Alle Olimpiadi estive di Parigi ci fu una polemica su Benedetta Pilato, che era felicissima del suo quarto posto, e uno pensa “Ma come è felice del quarto posto?”. Addirittura ho sentito qualcuno che diceva che la medaglia di bronzo è il secondo dei perdenti. Ma il punto è: l’atleta cosa sta facendo e perché lo fa? Il tifoso, o l’ambiente circostante, che cosa sta cercando dall’atleta? Di solito sono due cose diverse: il motivo per cui l’atleta inizia a fare quello che fa non è lo stesso motivo che porta l’ambiente circostante a crearsi delle aspettative. Nel lavoro bisogna recuperare questo aspetto. Eileen Gu, quando le hanno chiesto se fossero due ori sfumati o due argenti vinti, specifica il valore di quello che sta facendo e delle medaglie, perché ciò che conta per l’atleta è la sua performance. Il risultato della performance ovviamente è quello che gli dice se è un olimpionico o se è più bravo di altri, ma se ci pensiamo, da un punto di vista più umano, si tratta di sport, che dovrebbe essere divertimento, anche se poi sappiamo che non lo diventa perché entrano in gioco tanti fattori, come quelli economici, che permettono all’atleta di competere a livelli più alti.

Ma se vogliamo ottimizzare le performance dell’atleta, quello che dobbiamo fare è aiutarlo a recuperare la dimensione umana dello sport, il suo perché più profondo. È quasi una ricerca spirituale, inteso come intimo: perché sto facendo quello che sto facendo? In questo modo, l’atleta diventa inattaccabile, perché dà valore a quello che sta facendo. In un certo senso è un po’ come la risposta che ha dato la Brignone alla domanda su cosa sceglierebbe tra una medaglia d’oro e la Coppa del Mondo, e lei ha dato il suo valore, dicendo che è un valore suo intrinseco, non quello dell’oggetto o del risultato. È questo che fa la differenza tra chi riesce a sganciarsi dalla pressione e chi invece se ne ritrova schiacciato. È un lavoro interiore, perché apparentemente il livello di capacità di performare è altissimo per tutti, ma spesso non viene contato quell’aspetto psicologico che però in realtà è dove pongo l’attenzione e a quale tipo di spinta motivazione do un maggior valore.

Passiamo a Federica Brignone, che ha vinto due ori nonostante il brutto infortunio subito pochi mesi prima dell’inizio dei Giochi. Cosa cambia nella testa dell’atleta? E su cosa si lavora per gestire la paura di farsi male di nuovo e arrivare alla miglior condizione mentale possibile?

Ci sono delle fasi. Nel momento dell’infortunio, la prima fase è un recupero delle energie, perché l’organismo deve rigenerarsi. Quello che dobbiamo fare è aiutare l’atleta a non pensare al danno, al futuro, al rischio, perché oggettivamente, specialmente per Federica (Brignone, ndr), poteva porre fine alla sua carriera, per l’età sportiva che ha e per i risultati ottenuti in passato. Qualcuno poteva dire: ‘Ma chi te lo fa fare a soffrire di nuovo a doverti immaginare di doverti rimettere sugli sci?’. In realtà, bisogna portare tutta l’attenzione dentro l’atleta per aiutarlo a recuperare le sue energie e curare la guarigione, perché non è solo una guarigione fisica, ma anche in termini di atteggiamento, di morale e di favorire la guarigione del corpo. Noi sappiamo che quando siamo concentrati sull’autoguarigione, il corpo reagisce meglio. Ovviamente ha i suoi tempi medici, ma anche la mente contribuisce. Questa è la prima fase. Nel momento in cui ci sono i risultati, cioè si riesce a capire come l’atleta reagisce, allora si iniziano a definire degli obiettivi, ovviamente concordati con l’equipe medica, che dice se è fattibile o meno.

In più occasioni, ho avuto atleti che mi erano stati mandati post-infortunio, dove inizialmente era stato detto loro che avrebbe recuperato in tot mesi e l’atleta era convinto di riuscirci nella metà del tempo. E a volte, ovviamente con il parere positivo dei medici, sono riusciti a fare dei veri e propri miracoli. Quello che ha fatto la Brignone, per il livello che ha saputo raggiungere e come ha saputo ritornare, è una sorta di miracolo. Infine, c’è la fase dell’andare a superare la paura. La paura è sana ed è naturale, è un’emozione che ci porta a una comunicazione tra corpo e mente. Ti dice se in quella situazione c’è un potenziale pericolo, fisico o emotivo, non ci dice di fermarci. Poi sta all’atleta scegliere la risposta al messaggio: c’è chi si ferma e chi dice che ce la fa. Quando si fa mental coaching, bisogna dissociare l’evento passato da quello che è l’aspettativa del futuro: se mi sono fatto male con un gesto atletico, se lascio l’automatismo del corpo ogni volta che vado verso quel gesto atletico, il corpo entra in uno stato di prevenzione totalmente naturale.

Dobbiamo dissociare dal ricordo il momento presente e far recuperare all’atleta le risorse per gestire l’attualità. Ci sono delle tecniche di programmazione neurolinguistica o di ipnosi che permettono di raggiungere questo risultato. Di solito si affronta in un’unica seduta di coaching, in maniera tale da riportare l’atleta alla sua piena capacità, premesso che abbia recuperato la capacità fisica, che deve essere primaria. Il passaggio successivo, a quel punto, è andare a creare, attraverso tecniche di visualizzazione, il nuovo programma che porta alla performance ottimale. La Brignone, e appunto il suo soprannome è la Tigre, è un esempio di persona che nel momento in cui si mette in testa qualcosa, ha un’attitudine incredibile. Ha anche lavorato con mental coach, lo ha dichiarato, per ottenere risultati fantastici.

I social quanto incidono sulla tenuta mentale, soprattutto durante un’Olimpiade, prima e dopo le gare? E, nel pratico, quali consigli darebbe a un atleta per gestire meglio i social?

Secondo me, se i social non ci fossero sarebbe molto meglio (ride, ndr). Si sta vedendo sempre di più che la Gen Z è estremamente suscettibile al riconoscimento esterno, molto più di altre generazioni. Ci sono proprio degli studi sulle spinte motivazionali delle persone viste nei vari cluster generazionali e l’unica che ha una spinta a ricercare il riconoscimento diversa dalle altre generazioni è proprio la Gen Z. Ora non si sa se nasce prima il bisogno di riconoscimento o il social e l’iper-esposizione all’opinione degli altri. È un fattore evidente. Poi entrano in gioco altre dinamiche, come quelle del business e la visibilità che portano agli sponsor. Il problema grande, secondo me, è che è diventato tutto un fluire unico e questa iperesposizione porta a sua volta a questa ipersensibilità al giudizio degli altri, perché sappiamo benissimo che sui social chiunque può dire la sua, fare un commento o mettere un like. Un social crea una forma di dipendenza perché è il suo obiettivo farli stare il più possibile.

E tutto è strutturato per aumentare i picchi di dopamina nel momento in cui riceviamo l’apprezzamento, che non possiamo mai prevedere. A volte mi aspetto l’apprezzamento e invece ricevo la critica, perché poi mi chiedo: ‘Come mai ricevo questo feedback? Come mai mi ha criticato?’. Quando lavoro con gli atleti più giovani, gli ripeto sempre che le persone parlano di loro stesse, non parlano di te. Questo è un primo focus da tenere. Se si potesse, anche se utopistico, io darei una quaresima dai social per gli atleti (ride, ndr). Con i più giovani cerco di aiutarli ad autoeducarsi nella loro presenza sui social, cerco di fargli comprendere che il social non è la realtà, ma un mezzo che possono sfruttare per promuoversi. Devono essere loro i padroni della loro presenza sui social. Per i giovani è un po’ più difficile, spesso fanno confusione tra vita reale e vita dei social, e non solo loro, ma sono moltissimi. L’obiettivo è pensare che io uso i social, non vivo sui social e quello che qualcuno mi scrive è la sua idea.

Interessante è anche la storia della pattinatrice Alysa Liu. Lei è considerata da sempre un prodigio nel pattinaggio artistico, ma a 16 anni si ritira dicendo di aver già raggiunto i suoi obiettivi e non le dava più gioia competere. Alla fine torna, ma solo a condizione di poter essere lei a scegliere come potersi vestire, cosa mangiare, quando fermarsi. E a Milano ha vinto la sua prima medaglia d’oro olimpica. Quanto è importante per un atleta avere il controllo sul proprio corpo e sulla propria vita?

È l’obiettivo da raggiungere, è fondamentale, è l’unico modo per l’atleta per autodeterminarsi, chapeau a lei perché lo ha saputo fare a 16 anni e ha saputo avere il coraggio e la forza di imporre le sue regole senza stare alle regole dettate da altri.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione