Usa-Canada, la finale più incandescente dei Giochi: Trump vuole l’oro, ma non sarà a Milano
La finale più attesa, la rivalità più antica, il contesto più incandescente. Alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 l’oro dell’hockey su ghiaccio maschile sarà assegnato nella grande classica nordamericana: Stati Uniti contro Canada. Appuntamento domenica 22 febbraio alle 14.10 all’Arena Santa Giulia di Milano, davanti a 18mila spettatori. Sugli spalti non dovrebbe esserci, come era stato ventilato nei giorni scorsi, Donald Trump. Per il presidente americano sarebbe l’oro più importante, con un significato politico profondo anche in termini di consensi: per questo, avrebbe voluto prendersi la scena e aveva ipotizzato di venire a Milano per tifare la propria squadra in finale. Trump però è costretto a rimanere a Washington ad occuparsi delle questioni di politica interna ed estera che negli ultimi giorni hanno assorbito la sua agenda.
È il sesto incrocio olimpico in finale tra le due potenze dell’hockey, la sfida più ricorrente della storia dei Giochi invernali. Gli Stati Uniti hanno conquistato l’ultimo atto travolgendo la Slovacchia 6-2 in semifinale con le reti di Dylan Larkin, la doppietta di Tage Thompson, i due gol di Jack Hughes e quello di Jack Eichel. Il Canada ha invece superato la Finlandia 3-2 grazie al powerplay decisivo di Nathan MacKinnon. Sulla carta i canadesi partono favoriti, ma gli americani inseguono un oro che manca da 46 anni, dal leggendario “Miracle on Ice” di Lake Placid 1980, quando una squadra di universitari sconfisse la favoritissima Urss. Non siamo a quei livelli di Guerra Fredda, ma Trump è stuzzicato dall’epica di un’eventuale vittoria.
L’ultima finale olimpica maschile tra Usa e Canada risale al 2010; nel torneo femminile, appena concluso, l’oro è andato proprio agli Stati Uniti, ancora contro il Canada, per 2-1. Il Canada punta al decimo oro olimpico e a tornare sul gradino più alto del podio dopo il 2014; gli Usa vogliono riscrivere la storia. Ma questa volta la rivalità sportiva si intreccia con tensioni geopolitiche evidenti. La sfida lungo il 49esimo parallelo assume un valore che va oltre il ghiaccio, sullo sfondo delle schermaglie diplomatiche tra i due Paesi.
Nei giorni scorsi l’allerta per l’arrivo del presidente Usa, appassionato tifoso di hockey, era cresciuta con i progressi della squadra americana, ma a un giorno dalla gara non ci sono segnali dell’arrivo di Trump, che richiederebbe un imponente apparato di sicurezza. Secondo quanto trapela, scrive AdnKronos citando fonti molto ben informate, “non c’è ancora alcun riscontro” della possibile venuta di Trump “anche se l’ipotesi non può del tutto essere esclusa”. Il ragionamento fatto: in vista di una possibile visita “ci sarebbero notizie di ingenti movimenti di persone e mezzi e ad oggi tutto tace”. Anche sull’agenda non risulta nulla. Si era parlato fino a questa mattina – indiscrezioni – di una sorta di visita chirurgica di Trump, con possibile atterraggio con Air Force One a Linate, presenza all’Arena Santa Giulia e poi alla cerimonia di chiusura a Verona.
Intanto, sui social, alcuni centri sociali milanesi hanno annunciato l’intenzione di scendere in piazza qualora Trump fosse presente, rilanciando lo slogan “No Ice, No Kings, No Trump”. La mobilitazione è stata condivisa anche dalla sezione milanese della rete “No Kings”, nata nell’assemblea nazionale “O Re o Libertà” di Bologna e inserita in un percorso di convergenza sociale contro quella che viene definita l’espansione dell’economia di guerra e dello Stato di polizia. “Un leader apertamente neofascista, che si vede più come Re che come presidente, non è il benvenuto – si legge nel post condiviso da varie realtà – nella Milano, città medaglia d’oro della Resistenza. Il suo progetto razzista e violento non può trovare spazio“.