Wim Wenders, crocifisso per una frase alla Berlinale, ha totalmente ragione
“Il film possono cambiare il mondo, ma non in modo politico”. È la frase con la quale a Potsdamer Platz stanno crocifiggendo Wim Wenders. Piccoli Golgota sono sorti anche in altre piazze “calde”, quelle delle grandi manifestazioni ProPal: Roma, Milano, Parigi, Londra ecc… Il presidente della giuria della Berlinale 2026 si è preso del fascista, nazista, sionista, colluso al governo tedesco che appoggia Israele, e chi più ne ha più ne metta, perché nella conferenza stampa di apertura del festival di cinema di Berlino, ad una serie di domande riguardanti il rapporto tra cinema e politica non ha tirato fuori la kefiah. Questo almeno quello che gli hanno rinfacciato Bardem e soci, firmatari di una lettera di registi e attori dove colpiscono tutti – regista e Berlinale – rei di censura e silenzio rispetto alla tragedia che sta vivendo la Palestina.
E allora, oltre al fatto che Wenders ha dato tre risposte a tre domande diverse quindi il suo ragionamento è più esteso e articolato (ci arriviamo); che c’è chi rinfaccia al regista tedesco di avere detto il contrario di quanto dichiarato nel 1991 (verissimo, peraltro); ma soprattutto che in assoluto Israele è colpevole senza se e senza ma del genocidio del popolo palestinese (così nessuno può rompermi le scatole), Wim Wenders versione 2026 su cinema e politica, come paradossalmente nel 1991 quasi sullo stesso tema, ha totalmente ragione. “Nessun film ha mai cambiato le idee politiche di qualcuno, ma possiamo cambiare l’idea che le persone hanno di come dovrebbero vivere. C’è una grande discrepanza su questo pianeta tra persone che vogliono vivere la loro vita e governi che hanno un’altra idea. Spero che i film entrino in questa discrepanza”, ha spiegato Wenders alla prima domanda più generica.
Poi quando come per ogni evento artistico da qualche anno a questa parte, i colleghi giornalisti presenti al Berlinale Palast hanno continuato a cercare un titolo forte per i propri click o copie (must: Trump e Putin; all’occorrenza: Gaza, l’Ucraina), Wenders si è smarcato dalla richiesta diretta di solidarietà alla Palestina (è pur libero di dire quello che vuole o no?): “Dobbiamo tenerci fuori dalla politica perché se facciamo film apertamente politici, allora scendiamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, noi siamo l’opposto della politica”. E invece nulla, oggi portare un film ad un festival vuol dire passare anche dalle forche caudine di questi obblighi vagamente stalinisti.
Fai un film su due cammelli che si amano? Non basta. Devi dichiararti pro o contro Israele. È evidente che con questo fallace metro di misura dell’opera d’arte anche a Elio Petri dopo Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto sarebbe pervenuto un appello da firmare sul dilagare del fascismo (quale, oltretutto). E Coppola a Cannes dopo Apocalypse now avrebbe dovuto spiegare la sua posizione sul Vietnam? Per ulteriore paradosso contemporaneo: se vediamo Avatar 3 dobbiamo sapere cosa ne pensa Cameron della Palestina?
Wenders, nel suo apparente infido understatement ha voluto ricordare che quando andate al cinema dovete guardare il film sullo schermo e non le news sullo smartphone. Perché è osservando lassù che si forma una coscienza. Di solito, anche se non è detto, nell’opera dovrebbe esserci già tutto. Tutto quello che vi vuole mostrare chi il film lo fa: un movimento di macchina, un’inquadratura, uno stacco di montaggio, un taglio di luce, una battuta, chissà mai una storia. E se non c’è niente, o quel tutto è detto in modo sgangherato, poco interessante, per nulla avvincente o coerente, allora mettetevi lì e analizzatelo, discutetene, contestatelo, ma non pretendiate che Bunuel o Kubrick corredino i loro film con una dichiarazione sulla fame nel mondo. Sarebbe stato cretino. Oltreché oltraggioso verso lo spettatore.
Poi è chiaro che ad un certo punto – gli anni Duemila – ai festival storici (Cannes, Venezia, Berlino, ecc..) non è più bastato che si guardassero e discutessero i film. A partire da quella Berlinale che tre anni fa ha piazzato Zelensky a fare un comizio in sala che nemmeno il Sean Penn grottesco nel film di P.T. Anderson (a proposito di quei film dove il tutto è detto in modo sgangherato), per non dire degli orsi d’argento gender-neutral senza più distinguere tra contributi artistici di donne e uomini. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Così ad ogni attore, attrice e regista è arrivata immancabile la domanda “democratica” (abbiamo un’età sufficiente per ricordare quando a Berlino chi girava un thriller negli Stati Uniti toccava una battuta su George W. Bush&Co) a prescindere dal film fatto: non sarete mica contro il genocidio a Gaza? E dietro, a valanga, l’informazione mainstream, bisognosa di tutto questo armamentario retorico pronto per essere abbandonato per nuove avventure socio-politiche (l’orso gender fluid già oggi avrebbe bisogno più che mai del WWF) più performative. Insomma, come all’incirca diceva Dino Risi per il cinema di Nanni Moretti: togliete appelli (firmabilissimi) e girotondi (condivisi) che vogliamo vedere il film.
P.S. Per la cronaca Wenders nel 1991 disse: “Ogni film è politico. I più politici di tutti sono quelli che fingono di non esserlo: i film d’intrattenimento. Sono i film più politici che ci siano perché respingono la possibilità di cambiamento. In ogni fotogramma ti dicono che va tutto bene così com’è. Sono una continua pubblicità per le cose così come sono”.