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Referendum giustizia, perché il fronte del Sì potrebbe incontrare resistenze proprio tra i conservatori

Il referendum per la classe conservatrice diventa una sfida tra due paure: la paura che le cose restino come sono e la paura che il nuovo sistema sia peggiore del vecchio
Referendum giustizia, perché il fronte del Sì potrebbe incontrare resistenze proprio tra i conservatori
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di Carmelo Zaccaria

Nel referendum sulla giustizia il ceto medio moderato che ha votato per il centrodestra viene a trovarsi nel dilemma di scegliere tra la sua lealtà politica che lo farebbe votare Sì, come dovere di coalizione, e la sua natura conservatrice che lo spinge a votare No. Se il “suo” governo dice che la riforma è vitale, votare No somiglierebbe a un tradimento o, peggio, ad un favore alla sinistra che decisamente non sopporta. Ma se vota Sì per sostenere il governo imbroglia il suo istinto primordiale di preservazione dell’esistente, esponendolo al rischio di un conflitto permanente tra magistratura e politica.

Il moderato, che non è per niente ingenuo, sospetta nel suo intimo che si stia vendendo “efficienza” per ottenere in realtà un “controllo” che potrebbe rivelarsi un boomerang. Il timore è che, tolti i pesi e contrappesi, la macchina dello Stato diventi troppo sensibile agli umori di chiunque vinca, rendendo la sua vita meno protetta. Ha la sensazione di trovarsi in un vicolo cieco, in una “trappola logica” inesplicabile che potrà risolvere solo disertando le urne, astenendosi.

Non vota No per non affossare Meloni, non vota Sì perché teme il “casino istituzionale”, se ne lava le mani come Pilato il cui obiettivo dichiarato era il mantenimento dello status quo e la salvaguardia della stabilità imperiale, comportandosi così da perfetto conservatore.

Il paradosso è che la destra rischia di essere sconfitta non dall’opposizione, ma dalla “prudenza eccessiva” dei suoi stessi elettori. Se il moderato sente che il prezzo della lealtà è l’incertezza istituzionale, il suo “granitico” senso dell’ordine e della stabilità potrebbe portarlo a sabotare la riforma. Dunque i No votano per non smembrare la Costituzione e non concedere più potere all’esecutivo, ma i Sì “moderati” che sono invitati a votare per riformare il vecchio e dare maggiore grinta alla Giustizia, potrebbero essere bloccati proprio dal loro desiderio di mantenere lo status esistente opponendosi istintivamente e per convinzione ideologica a improvvisi cambiamenti radicali.

Se la Costituzione è il documento che definisce l’identità della Patria, il prezioso bene rifugio lasciatoci dai nostri padri costituenti, toccarla è, per un conservatore intransigente, un atto sacrilego per i suoi principi e un azzardo per i suoi interessi. E inoltre, vedere il pilastro della Giustizia affidato al caso (il sorteggio) può essere indigesto per chi crede nella solennità delle istituzioni.

Il referendum per la classe conservatrice diventa una sfida tra due paure: la paura che le cose restino come sono e la paura che il nuovo sistema sia peggiore del vecchio. Ecco perché il fronte del Sì potrebbe incontrare resistenze proprio nella sua base: se il governo è percepito come solido e non a rischio immediato, il conservatore, di natura pragmatica, si sente “libero” di votare No al referendum senza la paura di provocare un vuoto di potere o un ritorno delle sinistre, rivendicando la sua rendita di posizione.

Anche in passato, quando si è trattato di toccare l’architettura dello Stato, è stato punito chi ha cercato di “strappare” troppo in avanti. Così avvenne nel referendum del 2006, quando la Devolution proposta da Berlusconi fu sonoramente bocciata, e nel 2016 quando Renzi fu travolto con la sua proposta di riforma del bicameralismo paritario. In entrambi i casi nel Paese scattò un meccanismo di autodifesa e di prudenza rispetto all’incertezza del nuovo.

Berlusconi e Renzi godevano di una centralità e di numeri parlamentari che, per certi versi, rendevano la loro leadership ancora più “assoluta” rispetto a quella attuale, il che rende il loro fallimento referendario ancora più significativo.

Il leader forte finisce per spaventare il suo stesso elettore che spesso lo supera in cinismo e opportunismo, così il conservatore vota Meloni perché “ci sa fare”, ma potrebbe votare No al referendum perché “non si sa mai”. È il trionfo del principio di precauzione su quello di innovazione.

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A cura di Paolo Frosina
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