Pace in Ucraina, il parere delle spie: “Mosca finge di trattare per ottenere un allentamento delle sanzioni”
Alla pace in Ucraina non ci credono nemmeno le spie. Il terzo round di colloqui trilaterali mediati dagli Stati Uniti – con l’inviato speciale, Steve Witkoff, e il genero del presidente, Jared Kushner – si è appena concluso a Ginevra, Svizzera, e alla Casa Bianca sembrano continuare a credere che la guerra possa essere fermata con un accordo entro giugno (prima delle elezioni di midterm). Ma sono di segno diverso e apposto le valutazioni raccolte ieri da Reuters da cinque capi dei servizi di intelligence europei: “A condizione di anonimato, hanno affermato che la Russia non vuole porre fine alla guerra in tempi rapidi. Quattro di loro ritengono che Mosca sta usando i colloqui con gli Stati Uniti per chiedere l’allentamento delle sanzioni e accordi commerciali”.
“La Russia non sta cercando un accordo di pace. Sta perseguendo i suoi obiettivi strategici e non sono cambiati”. È la convinzione radicata negli ambienti di sicurezza, secondo cui la Russia “non vuole né ha bisogno di una pace rapida” perché la sua economia “non è sull’orlo del collasso”. La Federazione viene descritta come “società resiliente”, in grado di sopportare l’impatto delle difficoltà e restrizioni sotto pressione finanziaria prolungata: anche se le sanzioni mordono – e in questo 2026 produrranno danni visibili – non si intravede, almeno per ora, all’orizzonte, un cambio di rotta immediato o risolutivo, un’inversione strategica. Anzi, secondo gli 007 l’avvio vero del negoziato avverrà solo una volta ceduto il Donbas. Perché i negoziati per la pace stanno proseguendo in realtà su un doppio binario: il primo è quello ucraino, formalmente orientato al cessate il fuoco, ma il secondo, parallelo e altrettanto strategico, riguarda gli accordi bilaterali tra Washington e Mosca – che chiede l’allentamento del regime sanzionatorio. (Secondo le valutazioni degli 007 di Zelensky i negoziatori statunitensi e russi stanno discutendo già di un giro d’affari del valore di 12mila miliardi di dollari, il cosiddetto “pacchetto Dmitriev”).
Ai tavoli dei negoziati l’Unione europea sta provando a sedersi tra russi, ucraini e americani, ma finché non avrà una sedia, né formalmente né informalmente, il blocco – tra i principali finanziatori di Kiev – fa circolare solo documenti a cui affida la sua linea: in uno degli ultimi, distribuito agli Stati membri dall’Alta rappresentante Kaja Kallas, Bruxelles elenca con chiarezza le concessioni che ritiene Mosca debba necessariamente compiere, richieste di cui discuteranno i ministri degli Esteri il 23 febbraio prossimo – tra queste, c’è il “divieto della presenza e degli schieramenti militari russi in Bielorussia, Ucraina, Repubblica di Moldavia, Georgia e Armenia” e l’adesione dell’Ucraina all’Ue entro il 2027. È un testo in cui si ribadisce che non c’è pace duratura “senza l’Ue al tavolo dei negoziati” e che respinge sia l’ipotesi della smilitarizzazione di Kiev, sia il riconoscimento “de jure” dei territori ucraini ormai sotto controllo russo.