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Mahmoud Darwish: le parole per esistere (traduzione di Sarah Wattad e Khadija Mekroud, a cura di Enrica Fei)

Mahmoud Darwish (1941-2008) è considerato il più grande poeta palestinese e uno dei maggiori poeti arabi del Novecento
Mahmoud Darwish: le parole per esistere (traduzione di Sarah Wattad e Khadija Mekroud, a cura di Enrica Fei)
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“Abbiamo un paese che è fatto di parole”, scrive il grande poeta palestinese Mahmoud Darwish in Come gli altri viaggiamo. Parole che non sono solo quelle della letteratura, dei romanzi di Ghassan Kanafani (1936-1972) e dei racconti di Samira Azzam (1927-1967), che hanno gettato le “fondamenta” dei “motivi ricorrenti della letteratura palestinese”, come ha scritto l’arabista e traduttrice Elisabetta Bartuli, o di tutte le poetesse, i poeti, gli autori e le autrici dei decenni seguenti – ma anche quelle pronunciate ogni giorno da uomini, donne, bambine e bambini nei luoghi più disparati: da Gerusalemme, Gaza, Ramallah, Haifa, a Beirut, Amman, Damasco, Il Cairo, e poi Londra, Parigi, Berlino, Roma, e ancora New York, Chicago, Detroit, Toronto.

Oggi i palestinesi vivono ovunque nel mondo, e il racconto della loro terra passa attraverso la letteratura e le parole spese dal suo popolo: tra le mura domestiche in terra straniera per figlie e figli che nascono come palestinesi e lo saranno sempre, pur non avendo mai conosciuto la loro patria, così come fuori, nel mondo, per i popoli ospitanti più o meno disposti ad ascoltarli.

“E tu parla, parla perché il mio cammino posi su pietra solida”, continua Darwish in quella stessa poesia: il racconto della Palestina – attraverso i versi dei suoi più grandi poeti e di uomini e donne in esilio forzato – non è solo memoria. È decisa e risoluta testimonianza, l’affermazione di un fatto semplice e incontrovertibile: la Palestina esisteva ed esiste ancora.

E così come la patria palestinese è molto più della terra martoriata soggetta alle continue offensive israeliane, i palestinesi sono molto più delle “vittime perfette” che Mohammed El-Kurd descrive nel suo saggio di recente pubblicazione: “o siamo vittime o siamo terroristi”. Se è vero che Darwish è stato identificato con la causa del suo popolo ma è stato molto di più, è anche vero che questo, forse, è stato uno dei suoi più grandi insegnamenti. “Fermi qui. Seduti qui. Permanenti qui – scrive in Stato d’assedio – Eterni qui. Abbiamo un obiettivo soltanto: / essere”

E. F.

Le poesie che seguono sono state tradotte dall’arabo da Sarah Wattad e Khadija Mekroud dell’IC Pagani di Pedaso durante “Il traduttore in classe”, progetto che porta la traduzione tra i banchi di scuola, curato e diretto da Stella Sacchini

Su questa terra, ciò che merita la vita
Su questa terra, ciò che merita la vita:
aprile che torna, l’odore del pane
all’alba, le opinioni di una donna sugli uomini,
gli scritti di Eschilo,
il primo amore, l’erba su una pietra,
madri in piedi sul soffio di flauto,
la paura degli invasori: i ricordi.

Su questa terra cosa, ciò che merita la vita:
la fine di settembre,
una signora che supera i quarant’anni con tutte le sue albicocche,
l’ora del sole in prigione,
una nuvola che imita uno stormo di creature,
il plauso commosso di un popolo per coloro che ascendono
alla morte sorridendo,
la paura dei tiranni: i nostri canti.

Su questa terra, ciò che merita la vita:
su questa Terra la Signora della Terra,
la Madre degli inizi, la Madre della fine.
Si chiamava Palestina.
Si chiama Palestina.
Mia signora: io merito,
perché sei la mia Signora, io merito la vita.

La Terra si chiude su di noi
La Terra si chiude su di noi: siamo stipati nell’ultimo varco, ci strappiamo le membra per [attraversarlo, la terra ci schiaccia.
Se solo fossimo il suo grano per poter morire e rinascere.
Se solo fosse nostra madre così avrebbe pietà di noi.
Se solo fossimo immagini sulle rocce che come specchi il nostro sogno porterà con sé.
Abbiamo visto i volti di coloro verranno uccisi dall’ultimo di noi nell’ultima difesa [dell’anima.
Abbiamo pianto alle feste dei loro bambini, e abbiamo visto i volti di coloro che lanceranno [i nostri dalle finestre di quest’ultimo spazio.
Specchi che la nostra stella affiggerà.
Dove andremo dopo l’ultima frontiera? Dove volano le rondini dopo l’ultimo cielo?
Dove dormiranno gli alberi dopo l’ultimo respiro? Scriveremo i nostri nomi con vapore [scarlatto.
Interromperemo il canto affinché la nostra carne possa completarlo.
Qui moriremo.
Qui e nell’ultimo varco.
Qui o lì,
il nostro sangue pianterà i suoi ulivi.

***

Mahmoud Darwish (1941-2008) è considerato il più grande poeta palestinese e uno dei maggiori poeti arabi del Novecento. Nato nel paese di al-Birwa, cancellato dalla carta geografica dopo la Nakba del 1948, ha vissuto gran parte della sua vita in esilio tra Medio Oriente, Europa, Russia e Stati Uniti. Estremamente prolifico, ha attraversato varie fasi, da quella politica alla cosiddetta “lirico-epica”. Tra le opere tradotte in italiano: Undici pianeti (1992), Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (1995), Stato d’assedio (2002), Vorrei che questa poesia non finisse mai (postuma, 2009) e le antologie Una trilogia palestinese (prose, 1973–2009) e L’effetto farfalla (prose e versi, 2006–2007). Ha ricevuto numerosi premi internazionali, tra cui il Lenin Peace Prize (1983), il Prince Claus Award (2004) e il Cairo Prize for Arabic Literature (2007).

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