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Illegittimi i dazi di Trump: cosa succede ora? Il rischio di rimborsi miliardari e il piano B del Tesoro Usa

Gli importatori potrebbero chiedere indietro una cifra che, a seconda delle stime, varia tra i 120 e i 175 miliardi di dollari. Ma, incassata la bocciatura del ricorso all'International Emergency Economic Powers Act, la Casa Bianca ha diverse strade alternative per continuare a imporre tariffe: può invocare altre leggi federali
Illegittimi i dazi di Trump: cosa succede ora? Il rischio di rimborsi miliardari e il piano B del Tesoro Usa
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L’esito è quello che Donald Trump temeva da mesi. Non a caso in più occasioni aveva messo le mani avanti parlando di “questione di vita o di morte” e preannunciando sfracelli nel caso la Corte Suprema avesse stabilito che la Casa Bianca non poteva imporre dazi reciproci invocando l’International Emergency Economic Powers Act del 1977. È proprio quello che è successo venerdì, quando è arrivata la sentenza stando alla quale il presidente Usa ha travalicato i propri poteri legiferando su una materia di competenza del Congresso. Ora l’amministrazione deve affrontarne le conseguenze. Ovvero – per usare le parole scritte dallo stesso Trump il 12 gennaio – potenzialmente restituire “centinaia di miliardi di dollari, senza contare i risarcimenti che i Paesi e le aziende richiederanno per gli investimenti effettuati nella costruzione di impianti, fabbriche e attrezzature per evitare il pagamento”. Ma proprio per tutelarsi da quel rischio il Tesoro Usa ha preparato da tempo un piano B.

Il rischio di rimborsi miliardari

A mettere nero su bianco le possibili conseguenze e i modi per affrontarle è lo stesso giudice della Corte Suprema Brett Kavanaugh, che ha votato per mantenere i dazi, nella sua opinione di dissenso. Nel breve termine gli effetti potrebbero essere dirompenti: “Gli Stati Uniti potrebbero essere obbligati a restituire miliardi di dollari agli importatori che hanno pagato le tariffe in base all’International Emergency Economic Powers Act, anche se alcuni potrebbero aver già trasferito i costi ai consumatori o ad altri”. E il processo di rimborso “potrebbe essere un “disastro“”, come paventato durante le udienze orali dai rappresentanti del governo. In aggiunta, la decisione “potrebbe generare incertezze” sugli accordi commerciali stipulati sotto la minaccia della guerra commerciale.

A partire dal ‘Liberation Day’ – il 2 aprile 2025, giorno dell’annuncio delle tariffe reciproche poi ampiamente riviste – il Tesoro americano ha incassato circa 240 miliardi di dollari di entrate tariffarie. La società di ricerca Capital Economics ha stimato che i rimborsi potrebbero toccare quota 120 miliardi, lo 0,5% del pil Usa. Soldi che finirebbero nelle casse degli importatori ma non tornerebbero certo nelle tasche dei consumatori che nel frattempo hanno subito aumenti dei prezzi. Gli economisti del Penn-Wharton Budget Model hanno però prodotto per Reuters una stima molto superiore, 175 miliardi: più della somma delle spese complessive per il 2025 del Dipartimento dei Trasporti e di quello di Giustizia.

rimborsi per i dazi doganali imposti dal presidente Trump potrebbero ammontare a circa 175 miliardi di dollari, se la Corte Suprema degli Stati Uniti dovesse dichiarare illegali le tariffe imposte tramite l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA). Questa cifra supera, ad esempio, le spese complessive del Dipartimento dei Trasporti (127,6 miliardi di dollari) e del Dipartimento di Giustizia (44,9 miliardi di dollari) per l’anno fiscale 2025.

Nel medio periodo comunque, continua il giurista, “la decisione potrebbe non limitare sostanzialmente la capacità di un Presidente di ordinare tariffe in futuro. Questo perché numerose altre leggi federali autorizzano il Presidente a imporre tariffe e potrebbero giustificare la maggior parte (se non tutte) le tariffe in questione in questo caso”.

Il piano di riserva

E qui entra in campo il “piano di riserva” evocato dal presidente Usa, che all’arrivo della sentenza era impegnato in una colazione di lavoro a porte chiuse alla Casa Bianca con i governatori. Il segretario al Tesoro Scott Bessent lo aveva annunciato mesi fa. La prima opzione consiste nel ricorrere alla Sezione 338 dello Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, che consente al presidente di imporre dazi fino al 50% per un periodo massimo di cinque mesi sulle merci di Paesi che applicano politiche “discriminatorie” nei confronti delle aziende Usa. Senza bisogno di un voto del Congresso, ma solo in risposta a episodi concreti e documentati. L’eventuale proroga richiederebbe però un via libera parlamentare. Si tratterebbe quindi di uno strumento circoscritto, utile per colpire singoli partner ma non per mantenere nel tempo il sistema di dazi generalizzati che è il cuore dell’“America First”.

Kavanaugh suggerisce altre strade: invocare il Trade Expansion Act del 1962 (Sezione 232), il Trade Act del 1974 (Sezioni 122, 201 e 301) e il Tariff Act del 1930 (Sezione 338). Il primo consente al presidente di imporre tariffe o altre restrizioni commerciali per proteggere la sicurezza nazionale. E’ quello a cui Washington ha già fatto ricorso per imporre dazi del 25% sull’acciaio proveniente dalla Gran Bretagna e fino al 50% sui prodotti dell’Ue. Ricorrendo al Trade act si potrebbe poi rispondere a “pratiche sleali” da parte di altri Paesi e a un forte aumento dell’import di qualche bene con misure protezionistiche. Nel corso del suo primo mandato, Trump ha invocato la Section 301 contro la Cina e lo scorso anno lo ha fatto nei confronti del Brasile.

Si tratta in tutti i casi di strumenti meno flessibili, che difficilmente consentirebbero a Trump di alzare e abbassare a piacimento le tariffe utilizzandole come armi non solo nei negoziati commerciali ma anche per risolvere conflitti geopolitici. Come ha tentato di fare, da ultimo, per spianarsi la strada verso la conquista della Groenlandia.

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