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Con Umberto Eco ho studiato e trascorso molti anni: c’è una cosa in particolare che ricordo di lui

Eco aveva la straordinaria dote della chiarezza, straordinaria nel senso che non era solo quella di molti professori, ma di più, molta di più
Con Umberto Eco ho studiato e trascorso molti anni: c’è una cosa in particolare che ricordo di lui
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Ho avuto la fortuna di studiare con Umberto Eco per tanti anni: per la laurea, il dottorato, il post-dottorato e oltre. Sono perciò moltissimi gli insegnamenti che mi ha lasciato e sono ancora più numerosi i ricordi che conservo di lui: frasi, battute, tono di voce (con quella erre particolare), barzellette (ne raccontava in continuazione), gesti, sguardi, risate, camminate (con quell’ampia falcata), esami quando studiavo, conversazioni davanti a una pizza o un aperitivo, man mano che sono cresciuta.

Intendiamoci, non sto con questo vantando nessuna familiarità speciale: bastava essere uno studente o una studentessa appena sveglia per avvicinarlo. A patto, naturalmente, di superare l’inevitabile soggezione che la sua celebrità, ma soprattutto la sua gigantesca cultura, spesso incutevano.

Oggi ho la fortuna di insegnare la disciplina che lui ha introdotto in Italia e diffuso nel mondo – la semiotica – nello stesso ateneo in cui la insegnò per anni – l’Università di Bologna – in un corso di laurea che lui stesso inventò negli anni Novanta – Scienze della comunicazione. Ebbene, in questa tanto felice quanto sudata posizione, a dieci anni dalla sua scomparsa, c’è una cosa in particolare che di lui ricordo, perché la porto sempre dentro, non solo quando insegno, ma nella vita di tutti i giorni. Qualcosa che mi accompagna non dico ogni ora, ma ogni minuto, sempre.

Eco aveva la straordinaria dote della chiarezza, straordinaria nel senso che non era solo quella di molti professori, ma di più, molta di più. Riusciva infatti a tradurre anche i concetti più difficili, i nessi logici più astratti, le riflessioni filosofiche più importanti in parole semplici e adatte al pubblico cui di volta in volta si rivolgeva, fosse quello di un’aula universitaria o di una piazza di periferia, di un programma radiofonico di nicchia o della tv generalista. Una capacità che era già grande in lui negli anni ’80 – quando divenne celebre con Il nome della rosa – e che nel tempo riuscì perfino a migliorare, combinando la chiarezza didattica alla grande divulgazione scientifica.

Eco infatti è stato, sì, un grandissimo studioso e accademico, ma anche un eccezionale divulgatore. Semplificava senza mai banalizzare e senza mai tradire la complessità, riuscendo a renderla sempre accessibile – e persino attraente – anche per le persone meno esperte e meno colte. È questo uno dei lavori più difficili che io conosca. Un lavoro che non finisco mai di imparare e cui mi applico ogni giorno, con pazienza e umiltà. È una fatica ma, quando porta risultati, regala grandi soddisfazioni. Una fatica che Eco mi ha insegnato non solo a praticare, ma proprio ad amare. Grazie, Umberto.

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