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Caro Cittadino Zero, tu dici: nessun ingaggio. Ma la filiera politica che ti sta dietro è ben definita

Dietro quel volto liscio virtuale per il Sì al referendum ci sono: un input umano, un budget (perché per fare bene le cose ci vogliono team e soldi), un orientamento politico chiaro
Caro Cittadino Zero, tu dici: nessun ingaggio. Ma la filiera politica che ti sta dietro è ben definita
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Caro Cittadino Zero, il primo avatar che difende i “valori dell’Occidente”. Ti sei offeso. Hai risposto al Fatto dopo il mio post su di te, rivendicando la tua libertà: non sei stato “ingaggiato da nessuno”, non prendi soldi, sei solo un cittadino che parla. Tecnicamente non fa una piega: sei un file. E i file non firmano contratti. Ma i log, le tracce sui social, la rete di nomi che ti circonda raccontano una storia un po’ diversa.

Il fronte del NO mette in campo umani veri: Alessandro Barbero, Luciano Canfora, Marco Travaglio, Nicola Gratteri. Biografie pesanti e pensanti, teatri pieni, libri, cultura.

Il fronte del Sì non parte affatto male. Anzi, ha un apparato ben preciso, un Comitato Sì Riforma che si compone in primis di Nicolò Zanon, ex vicepresidente della Consulta, segue la mente comunicativa, Alessandro Sallusti, forte dei due bestseller con Luca Palamara sul sistema delle correnti. Poi c’è un elenco di testimonial “pop” che si alternano nei talk: il “Chicco” dei Ragazzi della Terza C (non Chicco Testa, che è comunque schierato per il Sì). Mi riferisco a Fabio Ferrari, attore, volto culto della tv Fininvest anni 80: anche lui si sta prestando con i suoi video per il fronte del Sì. Poi influencer come Rubby Giusti, 500mila follower e qualche passaggio ultimamente alla Zanzara, e la nota pagina Welcome to favelas.

Per non farsi mancare niente c’è anche la “sinistra per il Sì”: Augusto Barbera, Marco Minniti, Pina Picierno, Stefano Ceccanti, Carlo Calenda.

A tutto questo però si aggiunge la macchina degli influencer di destra che orbitano attorno a Esperia Italia: un ecosistema raccontato da inchieste, come quella di IrpiMedia e di Luca Bertazzoni per Report, con dentro Gino Zavalani e altre figure che hanno lavorato o lavorano come consulenti dentro le stanze del governo.

Tu dici: nessun ingaggio. Eppure, da fine gennaio, i tuoi video compaiono in modo sistematico: sui canali di Esperia, in collaborazione con le pagine social de Il Tempo, sui canali ufficiali dello stesso Comitato Sì Riforma. Non è un giro spontaneo di condivisioni tra amici. È una filiera editoriale e politica dai contorni ben definiti. Dire che, in questo contesto, sei un “cittadino spontaneo” richiede molta immaginazione.

Le war room io le ho viste. Oggi passa tutto da WhatsApp: grandi gruppi, dove trovi di tutto, da Sallusti ai volontari, e piccoli gruppi ristretti, le “teste pensanti”, dove si decide la linea e le alte strategie. È lì che mi immagino la scena: qualcuno butta in chat l’idea: “E se facessimo scendere in campo un influencer virtuale?”. Ed entri in gioco tu, Cittadino Zero. Numeri social ancora contenuti, ma in crescita, e tanti giovani che ti seguono: circa 18mila follower su Facebook, oltre 30mila su Instagram, quasi 7mila su TikTok. Oggi però non contano solo i follower: basta un video giusto e sfondi il milione di visualizzazioni. A un certo punto hanno calato l’asso dell’avatar.

Due pesi e due misure: mentre tu voli con la massima spinta algoritmica, un professore in carne e ossa come Barbero viene bollato “Falso” da Meta per un’imprecisione sul CSM e limitato nella diffusione perché “troppo virale”. Lui ci mette la faccia, la sua storia, i libri, gli errori. Tu sei un ammasso di pixel levigato, creato a tavolino, che parla il linguaggio “perfetto” dell’algoritmo. Risultato: lui silenziato, tu promosso come “voce libera”.

Sei un trucco, una strategia di marketing politico 4.0 per aggirare i blocchi alle sponsorizzazioni politiche e per parlare ai giovani in tono asettico, “ottimizzato”. Dietro il tuo volto liscio, che molti fanno notare “ariano”, ci sono: un input umano, un budget (perché per fare bene le cose ci vuole un team e ci vogliono soldi), un orientamento politico ben definito.

Io non demonizzo il virtuale, per carità, né l’intelligenza artificiale. Ho studiato Pierre Lévy all’università, so bene che il virtuale è realtà in potenza. Ma una regola resta: input umano, output umano. Dietro l’algoritmo c’è sempre un retroterra culturale e politico.

Caro avatar, preferisco i balbettii imperfetti di chi studia le fonti negli archivi e nelle biblioteche da una vita al tuo perfezionismo artificiale. Perché la democrazia si fa con cittadini veri, non con quelli “Zero”. Chi voterà NO vuole vincere senza IA. Senza trucchi.

Preferirei di NO

A cura di Paolo Frosina
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