Perché il terrorismo voleva colpire i concerti di Taylor Swift?
Ci sono due modi per analizzae la storia di Taylor Swift: il primo è quello da manuale di economia politica, con un patrimonio personale stimato in 1,6 miliardi di dollari, citato nel Beige Book della Federal Reserve come stimolo al Pil, percentuali sugli incassi che sfiorano il 90%, una macchina da guerra chiamata Eras Tour che sposta flussi di denaro come una Finanziaria di medie dimensioni. Il secondo modo è più semplice e più brutale: una ragazza di trentasei anni che sale su un palco e catalizza un’energia collettiva così potente da diventare bersaglio.
Agosto 2024, Vienna. Tre date cancellate. Un ventunenne arrestato, ora accusato di terrorismo. Secondo i procuratori austriaci avrebbe giurato fedeltà allo Stato Islamico, condiviso propaganda, cercato istruzioni online per costruire una bomba a schegge e tentato di procurarsi armi all’estero. È in custodia cautelare, rischia fino a vent’anni. Gli Stati Uniti avrebbero fornito informazioni di intelligence decisive per fermare la minaccia. Un sedicenne siriano invece è stato condannato a Berlino per aver partecipato al complotto. I concerti non si sono fatti. La paura sì.
Si può pensare che Taylor Swift sia sopravvalutata, che quando c’era Madonna la pop music fosse un’altra cosa, si può non sopportare la sua estetica zuccherosa, l’ossessione per le “Eras” come se la vita fosse un cofanetto deluxe, ma qui non si parla di gusti bensì di cosa rappresenta un concerto nel 2026: un evento che è insieme rito laico e infrastruttura economica. Swift ha fatto una cosa che l’industria non perdona e che allo stesso tempo ammira: ha preso il controllo. Quando non possedeva i diritti dei primi sei album, li ha reincisi, Taylor’s Version, un gesto che è insieme vendetta contrattuale e mossa strategica. Ha internalizzato eventi e merchandising, ha trasformato il tour in un ecosistema autosufficiente. Ogni città che tocca cambia pelle: hotel pieni, voli esauriti, ristoranti in overbooking, perfino le amministrazioni che ribattezzano simbolicamente le strade. L’economia gira, le Banche centrali annotano, i governi osservano.
Ed è qui che la faccenda si fa interessante. Perché l’attentato sventato a Vienna non è solo un fatto di cronaca nera, è l’irruzione della geopolitica dentro il pop, la dimostrazione che un concerto può essere percepito come obiettivo simbolico, come moltiplicatore mediatico. Colpire lì significa colpire un’icona globale, una comunità transnazionale di fan, un brand che vale miliardi. In altre parole, significa sabotare una macchina che produce consenso emotivo prima ancora che profitto.
Swift, dopo la cancellazione, ha scritto di aver provato paura e senso di colpa per chi aveva programmato di venire, la superstar si sente responsabile per il disagio dei fan… La verità è che Taylor Swift è diventata un’infrastruttura, come un aeroporto o una rete elettrica. Muove capitali, orienta flussi turistici, entra nei report delle Banche centrali. E come ogni infrastruttura, è vulnerabile. L’attentato sventato in Austria è il cortocircuito perfetto tra due mondi: il pop ipercontrollato, ottimizzato, monetizzato fino all’ultimo braccialetto e l’ideologia violenta che usa la Rete per reclutare, addestrare, colpire.