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Lo scandalo dei palinsesti – L’estratto esclusivo dal nuovo libro di Barbara Floridia “C’era una volta la Rai”

Dal giornalismo di inchiesta ai programmi ambientali, fino a una parte dell'intrattenimentto. Così i vertici Rai, nei palinsesti per la stagione 2025-2026 presentati a Napoli il 27 giugno 2025, hanno fatto delle scelte che costituiscono per me un motivo di frustrazione, oltre che di rabbia
Lo scandalo dei palinsesti – L’estratto esclusivo dal nuovo libro di Barbara Floridia “C’era una volta la Rai”
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Pubblichiamo un estratto del nuovo libro di Barbara Floridia, presidente della Commissione Parlamentare di Vigilanza Rai, intitolato “C’era una volta la RAI” – Cosa resta del servizio pubblico nell’epoca delle verità alternative; edizioni Dedalo, prefazione di Luciano Canfora

Lo scandalo dei palinsesti
Vorrei tanto che la Rai tornasse a essere un punto di riferimento per cittadine e cittadini. Oggi, purtroppo, non lo è più come prima, e questo costituisce per me un motivo di frustrazione, oltre che di rabbia, soprattutto sapendo quanti talenti, fra giornalisti e autori, vi lavorano. Ne cito solo alcuni come esempi: mi vengono in mente Alberto Angela e Mario Tozzi, che dimostrano come la scienza e l’ambiente, temi che nel contratto di servizio la Rai deve valorizzare, possano essere raccontati in modo chiaro, appassionante e utile per tutti. Sapiens di Mario Tozzi va in onda da anni il sabato sera trovandosi una controprogrammazione davvero agguerrita, probabilmente meriterebbe una collocazione migliore, ma di certo la Rai non potrebbe mai privarsi di un simile prodotto, che la caratterizza davvero, ancora, come servizio pubblico. Non servono effetti speciali, basta la competenza di chi sa spiegare le cose senza annoiare. Perché non fare più programmi simili? All’estero, la BBC investe da anni in canali e risorse per la divulgazione scientifica e ambientale, creando contenuti di altissimo livello che formano e coinvolgono milioni di persone. In Italia potremmo fare lo stesso, se solo ci fosse la volontà di puntare maggiormente su qualità e conoscenza. Parlare di ambiente e scienza non è un intrattenimento: è una necessità, soprattutto oggi. Ma per farlo bene servono investimenti, idee chiare e professionisti preparati. Programmi come quelli di Angela e Tozzi dimostrano che il pubblico ha voglia di capire, basta offrirgli strumenti seri e interessanti. Non vale solo per la scienza: esistono momenti mirabili di televisione, come quelli di Geppi Cucciari, che con intelligenza, ironia e leggerezza sa creare un dialogo autentico con il pubblico affrontando temi di attualità politica e sociale, come la parità di genere, un altro elemento presente nel contratto di servizio. E’ un esempio prezioso di televisione capace di dimostrare che qualità e popolarità non sono in contraddizione, anzi possono andare di pari passo. E poi c’è la televisione portata avanti ogni giorno da chi attraverso le storie racconta il Paese: penso ad Alberto Matano e a Francesca Fialdini, due professionisti straordinari che tengono alta la reputazione di Rai 1 in termini di qualità e ascolti. Di contro, ci sono scelte che non comprendo e non condivido, apparentemente in contrasto con il contratto di servizio. I vertici Rai, nei palinsesti per la stagione 2025-2026 presentati a Napoli il 27 giugno 2025, hanno deciso di tagliare quattro puntate a Report e due a PresaDiretta, entrambe ottime trasmissioni di giornalismo di inchiesta, oltre a cancellare realtà di altissimo valore come Petrolio di Duilio Giammaria, Tango di Luisella Costamagna e Rebus di Giorgio Zanchini. Del resto, ha scritto bene Giovanni Valentini in un articolo sul Fatto Quotidiano:

Con il proditorio tentativo di reprimere il giornalismo d’inchiesta, per ridimensionare o smantellare trasmissioni come Report, Petrolio o Rebus, il vertice della Rai sta rischiando di compromettere la funzione e il ruolo del servizio pubblico e di delegittimare la sua ragion d’essere, azzerando quel tanto di autonomia e indipendenza che ancora gli resta. In nome di un’austerità a senso unico che colpisce professionisti interni di provata capacità ed esperienza, per beneficiare invece i celebrity-flop di collaboratori e appalti esterni con contratti spropositati, s’indebolisce un’offerta di informazione plurale che è il tratto identitario dell’azienda: una greppia di Stato su cui farebbe bene a intervenire la Corte dei Conti. [ … ] L’inflazione di talk-show è un altro sintomo dell’anomalia televisiva italiana, caratterizzata tuttora dal duopolio Raiset; dalla politicizzazione del servizio pubblico; dalla concentrazione editoriale e pubblicitaria instaurata da Silvio Berlusconi, con il suo conseguente conflitto d’interessi. Tant’è che viene da chiedersi: non sarà stato proprio il talk-show all’italiana ad ammorbare la nostra vita politica? A renderla, allo stesso tempo, così insulsa e ‘”spettacolare” nel senso deteriore del termine? E cioè, a far prevalere la polemica sul confronto, l’apparenza sulla sostanza, le parole e gli slogan sui fatti e sui ragionamenti? Ne risulta, alla fine, una messinscena che lascia poco o nulla al telespettatore e spesso gli confonde ulteriormente le idee.
(G. VALENTINI, “Rai, il giornalismo d’inchiesta ora va in liquidazione”, Il Fatto Quotidiano, 21 giugno 2025)

Si è trattato di chiudere alcune trasmissioni sottomettendosi, fintamente, alla dittatura dell’ Auditel, usato peraltro in maniera strumentale, dopo averle collocate in posizione di svantaggio: un approccio commerciale e disumanizzante. Quello che ho imparato in questi anni è che, se vogliono fare fuori qualcuno, la tecnica è quella dello stillicidio: picconare continuamente quel conduttore e quella redazione attraverso continue e piccole contestazioni, continui problemi. Modificano la collocazione nel palinsesto, fanno una controprogrammazione ostile, riducono il budget. Tutte tecniche per sfiancare chi non è gradito. In Rai la direzione scelta dai vertici non mi è sembrata adeguata, anzi l’ho ritenuta pericolosa. Come ho già avuto modo di sottolineare in un comunicato, «non possiamo permetterci che il servizio pubblico venga percepito come uno strumento piegato a logiche politiche o utilizzato per depotenziare chi svolge il proprio lavoro con rigore e coraggio. La Rai è di tutti, non di pochi. Questo dovremmo ricordarlo sempre».

L’esperienza che, dai tempi di Angelo Guglielmi, ha saputo parlare al cuore dell’Italia progressista, raccontandone le evoluzioni con programmi come Telefono giallo di Corrado Augias, Milano, Italia di Gad Lerner e tutto il comparto ironico e satirico di Serena Dandini e dei fratelli Guzzanti, è ormai all’epilogo. Il problema è che per troppi, oggi più che mai, l’obiettivo non è occuparsi di televisione ma andarci, semmai occupando tutti gli spazi e coltivandosi le proprie nicchie di riferimento. E’ un problema antico che, prima o poi, andrà preso di petto.

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