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“Licenziata per il dissenso espresso contro le molestie del suo superiore”: lavoratrice dovrà essere reintegrata e risarcita

Il titolare di una clinica privata si era dichiarato a una dipendente, regalandole anche un diamante da 14mila euro. Dopo il rifiuto è stata cacciata. Per il Tribunale l'atto è discriminatorio
“Licenziata per il dissenso espresso contro le molestie del suo superiore”: lavoratrice dovrà essere reintegrata e risarcita
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Una donna licenziata dopo aver respinto il titolare della clinica privata dove lavorava, dovrà essere riassunta. Lo ha stabilito una sentenza del Tribunale civile di Trento, firmata dal giudice Giorgio Flaim, secondo cui l’atto è stato solo una ritorsione di fronte al “dissenso espresso dalla donna contro le molestie del suo diretto superiore”. Come rivelato dal Corriere del Trentino, la lavoratrice ha ricevuto sul luogo di lavoro una lunga serie di apprezzamenti e dichiarazioni di interesse privato che però ha sempre declinato: stando alle ricostruzioni, il medico le ha anche regalato un diamante da 14mila euro.

La donna ha detto di aver cercato di restituire il gioiello, ma lui le ha risposto che avrebbe dovuto tenerlo come “un segno del mio affetto che è indipendente da quello che provi tu”. Poi, a giugno 2025, il licenziamento. La motivazione ufficiale data dal luogo di lavoro è quella di un disguido su alcuni giorni di ferie, ma per il giudice l’atto è nullo “in quanto discriminatorio, e adottato solo in reazione alla scelta della donna, nell’esercizio del suo diritto all’autodeterminazione affettiva e sessuale, di non condividere lo stesso interesse sentimentale”.

La clinica dovrà anche risarcire la vittima di tutti gli stipendi e i contributi dalla data del licenziamento (giugno 2025) ad oggi, più circa 4mila euro di spese legali. La donna aveva richiesto anche un risarcimento danni, che però non le è stato concesso dal Tribunale di Trento, perché “le condotte tenute dal legale rappresentante della società nei confronti della donna si distinguono più che per finalità vessatorie, da un uso improprio dei poteri di sovra ordinazione datoriale”.

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