Disquisire di un comico mentre il mondo va a rotoli è un chiaro segno di decadenza politica
di Francesca Carone
Se un comico di nicchia come Pucci ha capito che è meglio uscire di scena, vuol dire che qualcosa inizia a scricchiolare nell’establishment filogovernativo. Il comico divisivo ha alzato i tacchi e si è allontanato dal palcoscenico sanremese, ma soprattutto dalle ruspe incalzanti e impietose della narrazione della cosiddetta “sinistra”, così come evidenziato sul web dalla Presidente del Consiglio che ha parlato di “deriva illiberale della Sinistra in Italia” diventata ormai “spaventosa”.
Il paradosso di questa commedia tragicomica è stata la marcia difensiva a “furor di destra”. Dopo la Presidente Meloni, anche La Russa ha “invitato” pubblicamente la Rai a chiamare il comico per “farlo ritornare sui suoi passi”. Magari con il sottofondo di una sceneggiata napoletana del compianto Mario Merola!
La schizofrenia generale degli echi mass-mediatici viaggia molto spesso sul filo di rumors e analfabetismo funzionale. La difesa di un comico da parte di leader governativi palesa chiaramente i vincoli nascosti di una narrazione politico-culturale che si muove e comunica attraverso un linguaggio massivamente stereotipato, seguendo la linea trumpiana.
Gli effetti di questa devastante deriva culturale, disconnessa dal pensiero critico e lontana dai paradigmi etici e sociali della politica, investe l’opinione pubblica, annebbiando disordinatamente la realtà e spingendo sempre più verso la destrutturazione della libertà di pensiero con l’autoconvinzione che quel pensiero urlato dagli scanni più alti del Parlamento sia la verità. I trascinatori del pensiero e delle masse hanno lasciato, e continuano a lasciare il segno nella storia dell’umanità…
Ogni trascinatore è figlio del suo tempo e si muove in base al contesto socio-politico-culturale. Può accadere che il trascinatore assuma le sembianze del liberatore, dell’eroe, del lottatore e che si muova strategicamente sul filo della propaganda governativa mescolata ad una comunicazione anassertiva mediamente urlata e sovente abusata, abilmente coniugata con la paura e il malessere del Paese.
Il trascinatore è anche un affabulatore e un accentratore: racconta le “favole” più belle con le parole più impressionanti e controllanti; le mescola ad un linguaggio fermo e autorevole e le drammatizza sul palcoscenico della politica fino a trasformarle in realtà nella mente di chi ascolta.
Vengono così fuori i mostri e le tragedie della storia, laddove il silenzio e la stanchezza di tutti prendono il sopravvento. Così lottare diventa inutile perché c’è chi, gridando e raccontando le favole, lotta per tutti. È così, in modo quasi impercettibile, sopraggiunge una forma generale di annichilimento che porta la gente, stordita e assuefatta, verso una pericolosa inerzia di pensiero.
E mentre qualcuno racconta le solite favole nessuno si accorge che “il re è nudo”. Che il malessere della società aumenta, che la Giustizia sta entrando in un vicolo cieco, che la violenza distorce i paradigmi dell’etica e della convivenza civile, che le asimmetrie economiche e sociali sono sempre più nette rispetto alle favole decantate dalla propaganda. Che l’adesione al Board of Peace è una violazione all’art. 11 della Costituzione!
Bisognerebbe spegnere quella radio a stazione unica che ci obbliga a non pensare e a metterci nelle mani dell’affabulatore furbo e attento e a riconnettersi con la realtà: osservare le periferie, trascorrere un po’ di tempo nei supermercati con i carrelli sempre più vuoti, negli ospedali strapieni, nei condomini affollati e tristi, dove qualche anziano giace esanime perché è stato dimenticato, nelle piazze e nei giardini inesistenti del Sud. Nelle scuole dove le aule cadono a pezzi e gli insegnanti prima di iniziare la lezione prendono appunti su quello che possono dire o non dire (previa autorizzazione famigliare) ad un potenziale alunno/alunna che il giorno prima ha fatto una domanda inerente l’educazione all’affettività.
Ecco, bisognerebbe spegnere la radio della propaganda per connettersi semplicemente al proprio pensiero e autoconvincersi che la libertà è il punto di partenza per vivere in una società democratica, pluralista e legalitaria. Disquisire di un comico in un mondo devastato da genocidi e guerre è un segnale di mera decadenza politica disgiunta dall’etica e sovrapponibile alla propaganda. Fare politica non è questione di destra o di sinistra. Né tantomeno di centro. Fare politica è mettersi al servizio della Costituzione e della collettività, rispettando valori ed etica.