Anch’io ero in piazza contro il ddl Bongiorno: responsabilizziamo gli uomini, non chiediamo dissenso alle donne
“BongiorNO”, “E se poi si vendica?”, “Senza consenso è stupro”, “Consenso, scelta, libertà”: sono alcuni dei cartelli bianchi, neri e fucsia che si sono levati ieri in più di cento piazze italiane, dando voce alla protesta contro il ddl sulla violenza sessuale presentato dalla senatrice Giulia Bongiorno. È stato questo il senso di una mobilitazione diffusa, alla quale hanno partecipato migliaia di donne e anche alcuni uomini, sempre troppo pochi, che hanno condannato lo stravolgimento dell’impianto del precedente disegno di legge, fondato sul “consenso libero e attuale”.
La data del 15 febbraio non è stata scelta a caso: ricorre infatti il trentesimo anniversario della promulgazione della legge 66 che, nel 1996, cancellò la norma che definiva lo stupro come reato contro la morale. Un traguardo che venne raggiunto, lo ricordava Anna Finocchiaro, in un’intervista rilasciata ad un quotidiano, grazie a un accordo trasversale tra donne di sinistra e di destra, che superarono le resistenze dei compagni di partito. Un’alleanza che oggi pare impossibile e che, a novembre, è naufragata dopo il no della Lega.
La mobilitazione è stata promossa dal laboratorio permanente Consenso_scelta_libertà, un collettivo nato con l’obiettivo dichiarato di fermare quello che viene definito “un testo pericoloso e regressivo”. Ne fanno parte reti e associazioni impegnate da anni nel contrasto alla violenza maschile contro le donne: D.i.Re – Donne in Rete, Telefono Rosa, Casa Internazionale delle Donne, Fondazione Pangea, Fondazione Una Nessuna Centomila, Rete Reama, ActionAid, ADV – Against Domestic Violence, Amnesty International Italia, CGIL Belle Ciao, il Comitato scientifico Unire – Università in rete contro la violenza di genere, Tocca a noi, Udi – Unione Donne in Italia, Uil e Uisp – Politiche di genere e diritti. Una composizione ampia e trasversale che unisce sindacati, centri antiviolenza, organizzazioni per i diritti umani e reti femministe. Il prossimo appuntamento è a Roma, il 28 febbraio, quando si terrà la manifestazione nazionale.
Da Milano a Bologna, Trieste, Roma, Bari, Napoli, fino a Palermo, la rabbia delle donne, ma anche la loro gioia di ritrovarsi nelle piazze, ha preso la forma di assemblee pubbliche, sit-in, letture collettive, interventi di giuriste, attiviste e sopravvissute alla violenza. Alcune manifestanti hanno raccontato esperienze traumatiche: di aver subito aggressioni e violenze senza opporsi per paura, perché sotto ricatto o per tanatosi, e di non aver mai denunciato. Il ddl Bongiorno, invece, chiederebbe alle donne di reagire alle aggressioni; ma durante una violenza sessuale non è affatto semplice esprimere il dissenso. Un aggressore può arrivare a uccidere per un no o una reazione. Lo stupro rappresenta già la morte della vittima, una morte simbolica, il suo annientamento come persona; per questo il rischio che gli autori di stupro possano uccidere non è remoto. “La violenza sessuale è seconda come gravità solo all’omicidio”, ha detto in audizione in Commissione Giustizia al Senato, pochi giorni fa, l’ex procuratore di Tivoli, Francesco Menditto. Eppure, nonostante i dati ci dicano quanto sia diffusa, viene negata o addirittura banalizzata; e poi ci sono i pregiudizi misogini.
Il silenzio che circonda la violenza sessuale — soprattutto quando avviene nelle relazioni intime — è alimentato dallo stigma, dalla paura di non essere credute, dal timore di ritorsioni e da una profonda sfiducia nei percorsi giudiziari. Una definizione di reato fondata sulla “manifestazione di dissenso” — lo dobbiamo ripetere quante volte? — costituirebbe un arretramento culturale e giuridico che potrebbe rendere più difficile il riconoscimento della violenza, esponendo le vittime a un’ulteriore vittimizzazione.
Il confronto europeo offre un termine di paragone significativo. In Francia, l’Assemblea nazionale ha approvato all’unanimità la fine del cosiddetto “dovere coniugale”, riaffermando con forza, il principio secondo cui il consenso è necessario anche all’interno del matrimonio. Una rivoluzione culturale che afferma la libertà come limite invalicabile della sfera intima e sessuale, perché in nessuna relazione si può pretendere la disponibilità sessuale. Mentre altri ordinamenti si muovono verso una centralità sempre più chiara del consenso, l’Italia rischia di impantanarsi in un testo pasticciato, ambiguo e frutto di resistenze culturali e rivendicazioni misogine.
La mobilitazione di ieri non è stata soltanto una protesta contro un singolo disegno di legge, ma un richiamo più ampio alla responsabilità politica e culturale del Parlamento. Le attiviste chiedono che si arrivi a una riforma che sostenga l’autodeterminazione e la libertà sessuale di tutte e di tutti. “Il consenso non è un dettaglio tecnico-giuridico — è stato ripetuto in molte piazze — ma il cuore di una cultura che riconosce la soggettività delle donne”.
La posta in gioco va oltre la formulazione di un articolo di legge e riguarda il modo in cui la società interpreta il potere, le relazioni e la sessualità. Le cento piazze si aspettano una legge che responsabilizzi gli uomini, chiamati ad accertare il consenso della donna, invece di chiedere alle donne di respingere le aggressioni o dimostrare di aver reagito adeguatamente alla violenza. Le mobilitazioni continueranno fino a quando non si otterrà una legge che, senza ambiguità e compromessi pasticciati — tributo allo zoccolo duro del sessismo del nostro Parlamento — tuteli davvero le vittime di violenza sessuale. Altrimenti, che si fermino, se non sono all’altezza di questo cambiamento culturale. E temo che non lo siano.