Tajani non vuole rinunciare al Board of Peace per Gaza: “Saremo osservatori, non possiamo perderci la ricostruzione”
La legittimazione del Board of Peace per Gaza inventato e presieduto da Donald Trump traccerà una linea di confine tra chi accetta i progetti americani, e non solo, sulla Striscia e chi, invece, preferisce tenersi alla larga da questa esplicita sfida alla rilevanza delle Nazioni Unite. Per questo è alta l’attenzione sulle decisioni dei governi in vista della prima riunione del gruppo, il 19 febbraio a Washington: tra chi ne prenderà parte direttamente, come Benjamin Netanyahu, Viktor Orban o Javier Milei, chi preferirà essere presente come osservatore, tra gli altri anche Italia e Ue, e chi invece osteggia il piano e non si presenterà, seppur invitato, come il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Non si tratta solo di uno scontro tra organizzazioni internazionali e aspiranti tali, con Trump che sogna di creare una sorta di nuova Onu a guida Usa, ma anche e soprattutto di imboccare una corsia preferenziale per lo sfruttamento di Gaza e delle sue risorse, obiettivo mai nascosto dall’amministrazione americana e dai suoi partner internazionali. Così, mentre alcuni leader mondiali hanno già garantito la propria partecipazione, altri hanno scelto di soprassedere o optato per una via di mezzo. Tra quest’ultimi c’è anche l’Italia che con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha precisato: “Non possiamo restare fuori dalla ricostruzione di Gaza, anche questa è una chiave di lettura a proposito della nostra presenza da osservatori nel Board. E poi è giusto che ci sia perché è un’ulteriore conferma dell’impegno del governo per stabilizzare il Medio Oriente”, ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera. Precisando comunque che “con la premier non abbiamo ancora deciso, dipende dal livello degli altri partner europei che saranno presenti al summit”. Il capo della Farnesina risponde poi anche alle critiche delle opposizioni: “Mi sembrano accuse senza senso. Allora anche la Commissione europea, che sarà presente con la responsabile del Mediterraneo Dubravka Suica, è asservita all’America? E Cipro che ha la presidenza di turno? Non capisco cosa ci sia da strepitare. Comunque non possiamo entrarvi (come membri, ndr) per i noti motivi di incompatibilità costituzionale”.
Anche Bruxelles sembra sentire la pressione su questo specifico tema, tanto che il portavoce della Commissione, Guillaume Mercier, nel corso del consueto midday briefing con la stampa ha voluto fare una precisazione: “Lasciatemelo sottolineare, la Commissione europea non sta diventando membro del Board of Peace”, ha precisato confermando allo stesso tempo la partecipazione della commissaria Suica alla riunione dell’ente, ma solo alla “riunione specifica dedicata a Gaza”. “Non importa lo status di coinvolgimento nel Board – ha poi precisato – Ciò che conta qui è quello che l’Ue può portare alle discussioni e abbiamo un ruolo importante da svolgere. Abbiamo competenze, abbiamo già un importante sostegno finanziario ed è in questo contesto che vogliamo prendere parte a queste discussioni”.
Decisione identica è stata presa da Grecia e Romania, ma tra i 27 Stati membri non c’è affatto unità. Fonti del governo tedesco hanno ad esempio preannunciato all’Ansa che Merz non sarà presente a Washington: “Il cancelliere ha continuamente contatti con Meloni – ha risposto a domanda specifica – Ma indipendentemente da questo è chiaro che non andrà a Washington”. Decisione che potrebbe essere replicata da altri Paesi fin dal principio non entusiasti del nuovo organismo pensato da Trump, come Francia e Spagna.
Riserbo rimane, invece, sulla mossa della Russia: il viceministro degli Esteri, Serghei Ryabkov, ha affermato che Mosca non ha “fretta” di formulare la sua posizione. “Vedremo chi, a quale livello, su quale scala e con quale portata parteciperà agli eventi di Washington del 19 febbraio, non c’è fretta”, ha detto. Ma ha poi criticato l’approccio Usa alla questione: “Abbiamo di recente assistito a una tendenza persistente dell’attuale amministrazione statunitense a sostituire strutture, meccanismi ed elementi dell’architettura internazionale che, per un motivo o per l’altro, non gradisce, con decisioni e approcci formulati e determinati, se non esclusivamente da Washington, in modo tale che Washington abbia l’ultima parola. Continuiamo a studiare e analizzare l’intera serie di proposte e gli elementi che ci vengono presentati in merito al funzionamento e alla sua portata”.