Strategia non è una parolaccia. Perché anche nelle Pmi è possibile parlarne
L’incertezza non è una fase transitoria ma una condizione strutturale dell’economia contemporanea. Le Pmi italiane la vivono ogni giorno senza chiamarla per nome. La incontrano nei listini dei fornitori che cambiano senza preavviso, nei clienti che dilazionano i pagamenti, nelle norme che entrano in vigore a esercizio iniziato, nelle banche che modificano criteri di affidamento a parità di bilancio. In questo contesto, continuare a governare l’impresa con strumenti pensati per un mondo stabile significa esporsi a decisioni tardive e difensive.
Nelle Pmi la previsione viene spesso ridotta a un esercizio formale. Una sorta di budget annuale limitato alle sole vendite, una Swot, quando va bene, redatta a inizio anno, e qualche confronto informale tra imprenditore e commercialista che, molto spesso, non ha alcun interesse a ragionare ex ante, essendo focalizzato quasi esclusivamente sui dati ex post a fini fiscali. Tutto questo è utile, ma insufficiente. La previsione strategica non serve a indovinare il futuro, non è una profezia, ma uno strumento per preparare l’impresa a più futuri plausibili, distinguendo ciò che è ragionevolmente prevedibile da ciò che può rompere gli equilibri esistenti.
Per una Pmi, le variabili prevedibili sono molte più di quanto si pensi. Andamento degli incassi dei clienti storici, tempi medi di pagamento, stagionalità delle vendite, incidenza dei costi energetici, dipendenza da uno o due fornitori chiave. Questi dati esistono già, spesso sparsi tra estratti conto, fatture e memoria dell’imprenditore. Il problema non è l’assenza di dati, ma la mancanza di un metodo per leggerli in modo sistematico.
Accanto alle variabili prevedibili esistono quelle che nelle Pmi vengono liquidate come imprevisti. Un attacco informatico, un cambiamento normativo, la perdita improvvisa di un cliente rilevante, un fornitore che fallisce. In realtà, molti di questi eventi sono preceduti da segnali deboli. Ritardi ricorrenti, concentrazioni eccessive, dipendenze non presidiate. La differenza tra chi subisce e chi governa sta nella capacità di osservare questi segnali prima che diventino emergenze.
In una Pmi senza sistemi informativi avanzati, la previsione delle incognite di rottura non passa da modelli sofisticati, ma da domande semplici e ripetute nel tempo. Cosa succede se il nostro primo cliente riduce gli ordini del 20%. Cosa succede se il principale fornitore allunga i tempi di consegna. Cosa succede se la banca riduce gli affidamenti. Non è pessimismo, è progettazione.
Uno degli insegnamenti più rilevanti della previsione strategica è la gestione simultanea di due orizzonti temporali. Il breve termine operativo e il medio termine strategico. Le Pmi tendono a vivere solo nel primo. Incassi, pagamenti, urgenze. Il medio termine resta sullo sfondo, affidato all’intuizione dell’imprenditore.
Anche senza sistema informatico gestionale integrato o piattaforme di business intelligence, una Pmi può lavorare su due velocità. Nel breve termine, monitorando mensilmente pochi indicatori chiave. Cassa, crediti scaduti, utilizzo degli affidamenti, margine operativo per area di business o linea di prodotto. Nel medio termine, costruendo scenari semplici. Scenario base, scenario peggiorativo, scenario migliorativo. Non servono fogli complessi. Servono ipotesi esplicite e condivise.
La previsione strategica efficace non è un esercizio una tantum, ma una capacità che si costruisce nel tempo. Nelle Pmi questo significa rendere la previsione parte delle decisioni ordinarie. Ogni investimento, ogni assunzione, ogni sconto commerciale, ogni reclamo dovrebbe essere valutato non solo sull’immediato, ma su come cambia la posizione dell’impresa nei diversi scenari possibili.
Un esempio tipico è la gestione dei clienti. Molte Pmi inseguono il fatturato senza interrogarsi sulla qualità della crescita. La previsione strategica porta a chiedersi cosa accade se il mix clienti cambia, se aumenta l’esposizione verso pochi soggetti, se la crescita avviene a margini decrescenti. Non per bloccare le vendite, ma per governarle.
Nelle Pmi il controllo è spesso difensivo. Serve a evitare problemi, non a creare opportunità. La previsione strategica ribalta questa logica. Serve anche a intercettare spazi di crescita che non emergono dall’operatività quotidiana. Serve disciplina nell’osservazione e nella traduzione dei segnali in scelte.
Il limite di molte Pmi non è l’uso dell’intuizione, ma l’assenza di un confronto strutturato con i dati. L’intuizione dell’imprenditore resta centrale, ma deve essere messa alla prova. Prevedere in modo disciplinato significa smettere di ragionare solo per casi eccezionali e iniziare a confrontarsi con tendenze ricorrenti.
La vera alternativa per le Pmi non è tra prevedere o non prevedere, ma tra continuare a chiamare imprevisto ciò che in realtà non si è voluto osservare o dotarsi di un metodo, anche semplice, per leggere il futuro. La previsione strategica non elimina l’incertezza, ma restituisce all’imprenditore la cosa più preziosa. Tempo per decidere. In un contesto instabile, il tempo è già un vantaggio competitivo.