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Vertice Ue, l’asse con Berlino conviene all’Italia? Meloni-Tafazzi su eurobond e aiuti di Stato

Il matrimonio di interesse con Friedrich Merz, all'insegna della promozione della crescita e della collaborazione nel settore della difesa purchessia, sembra prescindere su molti fronti dall'"interesse nazionale" tanto caro alla premier
Vertice Ue, l’asse con Berlino conviene all’Italia? Meloni-Tafazzi su eurobond e aiuti di Stato
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No agli eurobond, sì a una deregulation spinta, più spazio agli aiuti di Stato, limiti alla “preferenza europea” negli appalti pubblici. Sono i punti cardine della piattaforma Meloni-Merz per il vertice europeo informale di Alden Biesen, preceduto mercoledì da un amichevole incontro tra Ursula von der Leyen e 1.300 aziende europee energivore che è stato la dimostrazione plastica di quanto l’agenza della Commissione Ue sia plasmata da quella della grande industria. A sorprendere, leggendo il non paper di Italia e Germania firmato anche dal Belgio padrone di casa e passando in rassegna le dichiarazioni dei leader, è però quanto alcuni punti siano tanto sensati per Berlino quanto sfavorevoli per Roma. Il cui matrimonio di interesse con Friedrich Merz, all’insegna della promozione della crescita e della collaborazione nel settore della difesa purchessia, su molti fronti sembra prescindere dall'”interesse nazionale” tanto caro a Giorgia Meloni.

Sugli eurobond la stessa premier l’ha in qualche modo ammesso quando, dopo il pre-summit convocato con Merz a cui hanno partecipato altri 18 Paesi, ha spiegato di essere “personalmente favorevole” a nuove emissioni di debito comune, avversate invece dal cancelliere tedesco che si è opposto anche a quella decisa a dicembre per finanziare 90 miliardi di prestiti all’Ucraina. Perché quindi Meloni non ha appoggiato la richiesta di Emmanuel Macron, che ritiene indispensabile quello strumento “se vogliamo avere il giusto livello di investimenti in spazio, difesa e sicurezza, tecnologie pulite, intelligenza artificiale e quantistica”? Tanto più che l’ipotesi, caldeggiata dalla Spagna di Pedro Sanchez, ha il sostegno della Bce e ha incassato pure l’apertura del presidente della Banca centrale tedesca Joachim Nagel che a Politico ha spiegato “rendere l’Europa attrattiva significa anche attrarre investitori esterni” e “un mercato europeo più liquido per asset europei sicuri contribuirebbe a questo”. E la premier non ha spiegato la scelta di schierarsi con il fronte del no, limitandosi a far notare che la questione è “divisiva”. Le opposizioni hanno messo il dito nella piaga: per la leader del Pd Elly Schlein “eurobond e investimenti comuni sono necessari anzitutto al rilancio economico europeo” e l’atteggiamento di Meloni è “di resa“. Stessa linea per il M5s di Giuseppe Conte, che torna a evocare il Next generation Eu e al vicepremier Antonio Tajani – secondo cui aprire il dibattito è “inutile” – ricorda che “nel 2020 non li voleva quasi nessuno ma l’Italia fece passare la sua linea”.

Domanda simile – l’asse con Berlino conviene all’Italia? – sorge di fronte alla posizione tedesca sugli aiuti di Stato, favorevole a un ulteriore allentamento dei paletti che li limitano dopo quello arrivato con il Clean Industrial Deal. Se la Germania è in grado di mobilitare per la sua industria decine di miliardi l’anno (41 nel 2024, un quarto della spesa totale dei governi Ue) e lo sarà ancora di più dopo la modifica del freno al debito che apre la strada a maxi investimenti difesa, le infrastrutture e la protezione del clima, la situazione dell’Italia con il suo maxi debito pubblico è ben diversa: difficile immaginare che possa sfruttare maggiori margini di manovra per sostenere le imprese. Dov’è insomma l’interesse nazionale?

Idem per quanto riguarda la “deregolamentazione radicale” che Merz ha evocato anche durante l’incontro con l’industria ad Anversa, strizzando l’occhio alle lobby che hanno spinto per i discussi sei pacchetti omnibus di alleggerimento normativo e degli oneri di trasparenza presentati come “proposte legislative urgenti” – scelta censurata dall’organo di controllo indipendente (Ombudsman) dell’Unione – giustificandoli con la necessità di ridurre i costi. E sfociati in uno smantellamento del Green deal e delle norme pensate per prevenire violazioni dei diritti umani e danni ambientali nell’ambito delle catene produttive. A novembre è arrivato anche il settimo, un digital omnibus che ha messo in allarme organizzazioni della società civile e sindacati: temono che il punto di caduta sia l’annacquamento delle leggi europee su diritti digitali e governance delle piattaforme, dall’Ai act a Data act, Digital Services Act e Digital Markets Act. Sarebbe una vittoria per Big tech e per il suo grande sponsor Donald Trump, nei cui confronti Merz e Meloni hanno scelto la linea morbida anche a fronte delle minacce più irricevibili. Al prezzo di minori tutele per i cittadini. Compresi quelli italiani.

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