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Lo spietato countdown del cuore da trapiantare: 4 ore di autonomia. Il cardiochirurgo: “Quando arriva l’organo, il paziente è già senza il suo”

Dal clampaggio dell’aorta alla corsa contro le quattro ore di ischemia fredda: il direttore della Cardiochirurgia pediatrica del Regina Margherita, Carlo Pace Napoleone, spiega cosa può accadere quando si inceppa la catena della conservazione. E perché un errore può trasformare un intervento salvavita in un vicolo cieco.
Lo spietato countdown del cuore da trapiantare: 4 ore di autonomia. Il cardiochirurgo: “Quando arriva l’organo, il paziente è già senza il suo”
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Il trapianto di cuore è un percorso estremamente complesso e delicato che coinvolge un numero enorme di persone, ognuna delle quali deve fare la sua parte, esattamente come prevedono i protocolli, né di più né di meno”. Carlo Pace Napoleone, direttore della Cardiochirurgia pediatrica del Regina Margherita di Torino, descrive una realtà in cui attenzione e precisione non sono un obiettivo, ma requisiti minimi. Eppure, nel recente caso dell’Ospedale Monaldi di Napoli, qualcosa in questo ingranaggio si è inceppato in una delle fasi più critiche: quella della conservazione dell’organo donato prima che possa tornare a battere nel petto del ricevente.

La procedura di un trapianto non comincia dunque in sala operatoria, ma nel momento in cui, accertata la morte cerebrale del donatore, l’équipe dei prelevatori “ferma” il tempo. “È il momento del clampaggio dell’aorta: il sangue smette di circolare e il cuore viene irrorato con una soluzione cardioplegica fredda che ne sospende l’attività metabolica”, spiega Pace Napoleone. Da quel secondo parte un countdown spietato: l’ischemia fredda. L’organo ha un’autonomia di circa 4 ore. Per mantenerlo in vita in questo limbo, la procedura di conservazione è un rito da seguire minuziosamente. L’organo viene inserito in tripli sacchetti sterili con soluzione fisiologica e riposto in un box termico con ghiaccio normale. La temperatura deve restare rigorosamente tra i 2°C e i 4°C.

Qui si inserisce il “giallo” del Monaldi. Secondo le ricostruzioni, a Bolzano sarebbe stato utilizzato del ghiaccio secco. “Assolutamente no, non va messo”, avverte Pace Napoleone. Il ghiaccio secco (anidride carbonica solida) viaggia a -78,5°C. A quella temperatura, il cuore non viene “preservato” come in un frigorifero, ma viene letteralmente congelato. “Le cellule, in questo modo, possono subire modifiche strutturali irreversibili”, precisa l’esperto. Le “ustioni da freddo” rendono il muscolo cardiaco rigido, simile a una pietra, incapace di tornare a battere. Difficile concepire un errore simile, specialmente perché le équipe mediche mettono spesso la loro stessa vita in pericolo pur di portare a destinazione l’organo donato. “Non rischiano solo i pazienti – ricorda Pace Napoleone, citando i colleghi morti anni fa in un incidente d’elicottero in Sardegna – ma tutti i professionisti coinvolti”.

Quando il box arriva a destinazione, l’équipe chirurgica ricevente è spesso già all’opera. L’intervento inizia molto in anticipo per non sprecare nemmeno un secondo dei 240 minuti a disposizione. Il piccolo paziente è già collegato alla circolazione extracorporea (CEC) e il suo cuore malato è già stato rimosso. “Quando il cuore arriva, il paziente è quindi già senza il suo organo”, spiega l’esperto. “Se ti accorgi che quello nuovo non risponde ai requisiti, ti trovi in una situazione disperata: non puoi rimettere il cuore vecchio”, aggiunge. È in questo vicolo cieco che l’équipe del Monaldi potrebbe essersi trovata: impiantare un cuore “ghiacciato” nella speranza estrema che, una volta riscaldato dal sangue del paziente, potesse miracolosamente ripartire.

Nei casi in cui la macchina dei trapianti si inceppa, l’unica ancora è l’ECMO, un sistema di ossigenazione extracorporea che sostituisce temporaneamente le funzioni di cuore e polmoni. In scenari eccezionali si ricorre al Berlin Heart (il cuore artificiale pediatrico), ma “il cuore artificiale – specifica Pace Napoleone – ha bisogno che il cuore del paziente sia ancora lì, non sostituisce l’organo ma lo assiste (VAD). Per questo, se un trapianto fallisce dopo aver rimosso il cuore originale, la situazione diventa drammatica”. Ora al bambino e ai suoi familiari in attesa al Monaldi non rimane altro che sperare in un miracolo. “Può succedere”, conforta Pace Napoleone. “Mi è capitato di mettere in lista un paziente la mattina e di trapiantarlo la notte”, aggiunge.

Ma al di là dell’inchiesta giudiziaria che farà il suo corso accertando le responsabilità, la vera paura è ora l’effetto domino sulla fiducia pubblica. “Queste brutte storie gettano un’ombra sulle donazioni”, dice Pace Napoleone. “Abbiamo genitori in attesa che già sussurrano nei corridoi, spaventati. Ma dobbiamo ricordare che la medicina è fatta da esseri umani. Nonostante i protocolli, nessuno è perfetto, ma il sistema dei trapianti in Italia resta un’eccellenza che salva vite ogni giorno”.

30Science per il Fatto

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