Riccardo Cucchi, voce storica di “Tutto il calcio minuto per minuto” e per quarant’anni radiocronista Rai, non usa mezzi termini: “Ho lavorato in Rai per quarant’anni, non ho mai visto un’occupazione politica come quella che in questo momento l’azienda sta vivendo“.
Le sue parole, pronunciate nella trasmissione Urto condotta da Giulio Cavalli, su Radio Cusano Campus, suonano come una diagnosi severa e senza sconti sullo stato odierno del servizio pubblico radiotelevisivo italiano. Cucchi, entrato in Rai nel 1979 per concorso e andato in pensione otto anni fa, rivendica con orgoglio una carriera immune da tessere partitiche: “Sono entrato in Rai per concorso, non appartenevo a nessuna casella politica, mai“.
Ha attraversato la lottizzazione degli anni Ottanta e i decenni successivi senza mai piegarsi a logiche di appartenenza, ma oggi descrive un clima opprimente. “Lo so per diretta testimonianza di molti colleghi – sottolinea – è diventato difficile lavorare, difficilissimo, se non impossibile per alcuni“.
Cavalli gli chiede come si possa uscire da questa morsa. Cucchi non si illude: il problema non si risolve semplicemente cambiando maggioranza al governo: “Hai perfettamente ragione: potrebbe succedere domani che qualcun altro possa occupare l’azienda esattamente come in questo momento è stata occupata dalle attuali forze di maggioranza. Io ho sempre sognato un’azienda che fosse libera dai partiti, ho sempre sognato che i partiti facessero un passo indietro. Non è mai avvenuto, né nell’epoca della lottizzazione, né naturalmente nei tempi recenti”.
Il nodo sta a monte, nella riforma che ha subordinato la Rai al governo anziché al Parlamento: “È stato un passaggio chiave che in qualche modo ha ristretto i margini di autonomia di un’azienda che già ne aveva pochissima”.
Il raffronto con la BBC è impietoso. In Inghilterra, osserva Cucchi, “sarebbe davvero difficile entrare a piedi uniti come si sta facendo e si fa ormai da sempre nel servizio pubblico italiano”. I partiti, puntualizza il giornalista, non hanno mai avuto “il coraggio, la forza, la lucidità culturale, l’autonomia per poter fare un passo indietro”. Il risultato è un’informazione fragile, esposta alle tentazioni del potere proprio quando la democrazia si restringe.
Il giornalista evoca la storia per rendere l’idea: “Mi è capitato di leggere alcuni titoli del Corriere della Sera di epoca fascista. Ed è sorprendente vedere come quello storico giornale durante l’epoca fascista fosse completamente piegato alla volontà del potere di allora”. E avverte: “Purtroppo questo tipo di situazione è ripercorribile anche oggi, in forma diversa naturalmente, ma anche oggi è ripercorribile nello stesso modo”.
Porta esempi concreti. Parla di Cutro, del tentativo di “nascondere le immagini e le notizie”, per impedire riflessione e consapevolezza: “Chi non ama la libertà evidentemente non vuole che ci sia una coscienza critica”. L’informazione, pubblica e privata, appare piegata, incapace di resistere alle pressioni quando il potere si fa più prepotente.
Poi il discorso vira sullo sport, che Cucchi difende come “la parte migliore” delle competizioni. Nelle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, in corso in questi giorni, gli atleti restano per lui “la gioia autentica, la volontà di battersi lealmente”, nonostante “tutto il resto è diventato un orpello fastidioso, noioso”, con piste innevate artificialmente a costi elevatissimi che minano l’epica originaria dei Giochi.
E qui arriva il passaggio più amaro. Cucchi racconta di aver assistito, “forzandosi”, alla trasmissione Cinque Minuti di Bruno Vespa con ospite Abdon Pamich, il leggendario marciatore (medaglia di bronzo nella marcia di 50 km alle Olimpiadi di Roma nel 1960 e medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964?, “l’emblema più autentico di quello che significa fatica e vittoria”.
Pamich, esule fiumano, è stato invitato proprio nel Giorno del Ricordo. La conclusione di Cucchi è amara: “Vederlo strumentalizzato nel Giorno del Ricordo mi ha dato veramente da pensare su come ancora oggi si tenti di utilizzare lo sport per portare acqua al proprio mulino, ed è una cosa tristissima, veramente molto triste”.