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Al di là delle proposte di Democrazia Sovrana Popolare, un dato politico c’è

Nel suo intervento, Marco Rizzo ha parlato di guerra e neutralità, Ue, costo dell’energia, ruolo delle banche, crisi demografica, sicurezza. Nulla di inedito. Interessante, invece, è il modo
Al di là delle proposte di Democrazia Sovrana Popolare, un dato politico c’è
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di Michele Agagliate

Il congresso di Democrazia Sovrana Popolare non è stato soltanto un appuntamento identitario per una forza politica minoritaria. È stato, piuttosto, un indicatore dello stato di salute – o di crisi – del sistema politico italiano.

Nel suo intervento, Marco Rizzo ha toccato una serie di nodi ormai ricorrenti nel dibattito pubblico: guerra e neutralità, Unione europea, costo dell’energia, ruolo delle banche, crisi demografica, sicurezza urbana, immigrazione. Nulla di inedito sul piano dei temi. Interessante, invece, è il modo in cui questi vengono ricomposti dentro una narrazione coerente.

Il filo conduttore è la sovranità, declinata in chiave economica, geopolitica e culturale. Sul piano esterno, la proposta di neutralità dell’Italia viene presentata come alternativa tanto all’allineamento atlantico quanto alla marginalità europea. L’idea è che l’attuale fase internazionale – segnata dal conflitto in Ucraina e dalla crescente competizione tra blocchi – apra uno spazio per un posizionamento diverso, multipolare. Non si tratta solo di una presa di distanza dalla Nato o dall’Unione europea, ma della convinzione che la globalizzazione come l’abbiamo conosciuta stia entrando in una fase di ridefinizione.

Sul piano interno, il discorso insiste sul rapporto tra politica e grandi interessi economici. I riferimenti ai profitti delle banche e delle aziende energetiche, contrapposti alla dimensione della manovra finanziaria, costruiscono una tesi precisa: la politica avrebbe progressivamente perso centralità a vantaggio dei centri di potere economico. È una lettura che intercetta un sentimento diffuso di distanza tra cittadini e istituzioni.

Altro elemento centrale è il tentativo di superare la tradizionale contrapposizione destra-sinistra. Rizzo propone un’alleanza tra ceti medi e lavoro dipendente, presentata come maggioritaria nel Paese, contro quelle che definisce oligarchie finanziarie e tecnocratiche. In questo quadro si collocano anche le posizioni su immigrazione e sicurezza, lette non solo come temi identitari ma come effetti di dinamiche economiche globali.

Che si condividano o meno queste impostazioni, il dato politico è un altro: l’esistenza di uno spazio che continua a essere alimentato dall’insoddisfazione verso le forze di governo e di opposizione. Il congresso ha mostrato una forza che tenta di strutturarsi territorialmente e di offrire una cornice teorica complessiva, non limitata alla protesta episodica.

Resta da capire se questa proposta rimarrà confinata in una dimensione testimoniale o se riuscirà a intercettare una parte di quell’astensionismo che negli ultimi anni ha assunto dimensioni rilevanti. In un contesto in cui la partecipazione elettorale diminuisce e la fiducia nei partiti tradizionali si erode, anche formazioni minoritarie possono diventare termometri utili per leggere le trasformazioni in corso.

Il discorso di Rizzo, al di là dei toni, segnala che una parte del Paese continua a cercare una sintesi tra critica della globalizzazione, richiesta di sicurezza sociale e domanda di autonomia nazionale. Che questa sintesi sia praticabile è un’altra questione. Ma ignorarla sarebbe un errore di analisi.

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