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Perché non sono d’accordo con l’immagine di una donna con hijab sulla tessera Anpi 2026

Mentre le donne con coraggio rischiano la morte per liberarsi dal velo, Anpi mette sulla sua tessera uno dei simboli di oppressione religiosa del corpo femminile?
Perché non sono d’accordo con l’immagine di una donna con hijab sulla tessera Anpi 2026
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Che bello: la tessera dell’Anpi 2026 celebra l’ottantesimo del voto alle donne, finalmente si può parlare di suffragio universale. Peccato che tra le cinque donne di diverse età, tra le quali una anziana in primo piano che consegna la sua scheda nell’urna, ci sia una islamica che indossa un hijab.

Evidentemente nel nome dell’inclusione, concetto scivoloso e abusato oggi a sinistra che si traduce qui nell’assunzione dell’islamismo politico fondamentalista, che impone alle donne la copertura del corpo. Peggio mi sento se, per identificare una donna di origini non italiane e non europee, la si riduce ad una presunta e maggioritaria identità religiosa.

Possibile che per la storica associazione partigiana, della quale ho avuto convintamente la tessera per anni e con la quale mi sono spesso incontrata per tenere viva la memoria di Lidia Menapace, la risposta al razzismo, al suprematismo e alla discriminazione della destra verso chi migra sia l’assenza di critica all’integralismo e l’adozione del relativismo culturale?

L’immagine della tessera dice questo: evviva l’ombelico scoperto ma anche l’hijab, come se fossero espressione a pari merito di libera scelta. Come se oggi le donne in Iran non venissero incarcerate e uccise se rifiutano di indossare il velo; come se in Afghanistan il regime teocratico non avesse trasformato il paese un una prigione a cielo aperto per donne e bambine, che non possono studiare, parlare tra loro, affacciarsi alla finestra, come in un film di fantascienza distopica e invece è la realtà; come se nei paesi dove governano i fondamentalisti islamici ci fosse possibilità di scegliere, per le donne, cosa fare delle loro vite e dei loro corpi, dentro e fuori casa.

Cito le parole in un suo post su Facebook di Giuliana Sgrena, collega, attivista, scrittrice e autorevole rara voce laica nella sinistra: “Sono figlia di un partigiano, iscritta all’Anpi da quanto non mi ricordo nemmeno, sono cresciuta a pane, resistenza e libertà. Adesso scopro che l’immagine della tessera di quest’anno illustra un gruppo di donne davanti all’urna, una di loro porta l’hijab, simbolo dell’oppressione della donna, proprio mentre le iraniane rischiano la vita (e molte sono già state assassinate) per toglierselo”.

In un altro post Sgrena si fa una domanda cruciale: “Perché quando la politica è succube della religione, di qualsiasi fede, non è mai progressista? Perché discrimina i diritti delle donne. Lo dimostra la scelta del nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani che ha sponsorizzato la celebrazione dell’hijab day. Oggi celebriamo la fede, l’identità e l’orgoglio delle donne e delle ragazze musulmane di tutto il mondo, che scelgono di indossare l’hijab, un potente simbolo di devozione e di celebrazione dell’identità musulmana ha dichiarato il neosindaco il 1° febbraio in occasione del world hijab day. Un primo segnale dell’utilizzo politico della religione da parte di Mamdani l’avevamo già avuta con il suo giuramento sul Corano, non che la Bibbia utilizzata dai presidenti sia meglio. Così come il God bless America a conclusione dei discorsi ufficiali. Almeno in Italia, che pure non è uno stato laico e subisce le influenze del Vaticano, finora si giura sulla Costituzione. Perché quando la religione invade la politica non ci sono limiti, soprattutto nell’islam che non ha ancora attraversato un processo di secolarizzazione”.

Altre domande sono come mai, a sinistra, si usi una cautela che non si applica altrove se si tratta di islam e diritti delle donne; come mai l’universalismo ceda il passo al relativismo per dimostrare la propria capacità di accogliere e contrastare la chiusura verso le diversità culturali, che non sempre sono alleate della liberazione; come mai la critica doverosa verso il cattolicesimo e l’ebraismo diventi ‘islamofobia’ se riguarda l’islam, quando è storicamente palese che tutte le grandi religioni sono potenti alleate con il patriarcato nella conservazione del ruolo delle donne come secondo sesso.

Come si può appoggiare il movimento donna, vita, libertà, che dal 2022 lotta in Iran contro gli ayatollah, mandanti del massacro di Mahsa Amini per essersi tolta il velo, e poi decidere che va bene celebrare il voto femminile mostrando una donna in hijab, che è segno tangibile del privilegio patriarcale che vieta alle donne di abitare lo spazio pubblico con i loro capelli liberi?

Mi permetto di consigliare alle compagne e ai compagni di Anpi due libri: uno è Il vento fra i capelli. La mia lotta per la libertà nel moderno Iran di Masih Alinejad e Anatomia dell’oppressione di Inna Shevchenko e Pauline Hillier. In entrambi i testi non si fanno sconti a nessuna delle tre religioni perché nessuna di esse è mai stata benevola con il corpo e la mente femminile, quando sono state usate politicamente nello spazio pubblico per sopprimere l’autodeterminazione. Non si tratta di mettere in discussione o di non rispettare la devozione personale, ma di svelare la guerra quotidiana nei secoli fino a noi contro la libertà civile di oltre la metà della popolazione mondiale in nome di un dio assi poco misericordioso, comunque lo si chiami.

Mentre le donne con coraggio rischiano la morte per liberarsi dal velo, Anpi mette sulla sua tessera uno dei simboli di oppressione religiosa del corpo femminile?

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