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Caporalato algoritmico, paghe sotto la soglia di povertà per i rider ma Meloni pensa a Sanremo

Il controllo giudiziario della Procura di Milano per Glovo potrebbe diventare il primo passo per sottrarre la vita dei lavoratori alla tirannia di un codice proprietario
Caporalato algoritmico, paghe sotto la soglia di povertà per i rider ma Meloni pensa a Sanremo
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di Enza Plotino

Questi sono i nostri figli. Ragazzi e ragazze che in questo odierno deserto di opportunità, lavoro dignitoso e ascensore sociale funzionante, diventano i nuovi schiavi, circuìti dalla politica tossica del governo che spaccia la precarietà per modernità e lo sfruttamento per libertà digitale, spesso attraverso spot discutibili. Un meccanismo ignobile in cui sono finiti, i nostri figli, ma anche quegli immigrati che si vogliono delinquenti e disonesti ma che, al contrario, con il loro lavoro di schiavi, con paghe “sotto la soglia di povertà” contribuiscono alla consegna a domicilio di cibo e bevande ordinate per il tramite di piattaforme ed applicazioni web.

A scoperchiare e fare luce su questo far west, la Procura di Milano ha posto sotto controllo giudiziario Foodinho, società del gruppo Glovo – nientepopodimeno che – per caporalato. Nella avveniristica Milano, quella delle Olimpiadi per intenderci – ma purtroppo abbiamo sentore che succeda in tutta Italia – secondo alcuni accertamenti ai rider, che in Italia sono circa 40mila, sarebbero state corrisposte paghe “sotto la soglia di povertà” e dunque ci sarebbe uno sfruttamento del lavoro. Il 75% dei ciclofattorini esaminati risulterebbe sotto la soglia di povertà, con uno scostamento medio di circa 5.000 euro lordi all’anno.

Ma non è finita qui, perché facendo riferimento ai contratti collettivi nazionali di lavoro, l’87,5% dei campioni sarebbe risultato sottopagato, con scostamenti massimi sino a 12.000 euro l’anno. Calpestati vergognosamente i diritti delle persone che, in tanta parte dei casi, sono anche nostri figli. La punta di un iceberg sotto il quale cova la cenere tossica di un sistema di retribuzioni inferiori dell’81% rispetto ai minimi contrattuali e in cui i rider sono costretti a operare ben al di sotto della soglia di povertà. Si chiama “caporalato algoritmico”: un mercato del lavoro affidato ad un sorvegliante immateriale capace di imporre ritmi e sanzioni ai rider che non sono trattati da lavoratori, ma da appendici organiche della logistica urbana. Una aberrazione in linea con la deregolamentazione e della politica pro-business preminente del governo e della Meloni la quale, quindi, non ha speso parola alcuna di condanna per questa condizione di schiavitù lavorativa deflagrata a Milano.

E’ troppo difficile la situazione degli schiavi della Glovo per una premier che passa le giornate a disquisire sui comici di Sanremo (non la città ma un festival di canzoni), per non affrontare i problemi veri, drammatici, di cui i rider sono la punta dell’iceberg. Il problema delle tutele non riguarda solo chi, come i rider, sfreccia nelle città pagando il rischio d’impresa con la propria incolumità fisica, ma coinvolge un sistema molto ampio e differenziato che comprende il lavoro di cura, l’accudimento domestico, le nuove forme di lavoro digitale, come il tagging di dati o le trascrizioni. Senza contare le filiere della logistica. Parliamo di un ecosistema pervasivo abitato spesso da lavoratori e lavoratrici straniere. Per loro il ricatto della cittadinanza si salda tragicamente a quello dell’algoritmo.

Senza una riforma che leghi i diritti del lavoro a quelli della persona, ogni protezione resterà parziale. Uscire da questa zona grigia, che sempre più coinvolge anche i nostri figli, significa superare definitivamente il vulnus tra lavoro autonomo e subordinato sul quale specula il capitalismo delle piattaforme. Dobbiamo essere in grado di dare ai nostri giovani protezione universale, salario minimo, infortuni, malattia, ferie, vincolando le multinazionali al rispetto della dignità umana a prescindere dalla qualificazione contrattuale. Un passo avanti indispensabile per continuare a dirci Paese civile.

In questa prospettiva, il controllo giudiziario della Procura di Milano potrebbe diventare il primo passo per sottrarre la vita dei lavoratori alla tirannia di un codice proprietario. Ma Meloni questa zona grigia del Paese la ignora anzi, la benedice… e si diletta in comici e canzonette.

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