Benessere aziendale: la retorica della performance e la salute che non si può più ignorare
di Victor C. Vallerini *
C’è una contraddizione sempre più evidente nel mondo del lavoro contemporaneo: mentre si moltiplicano i discorsi su benessere, felicità e “centralità delle persone”, i dati su burnout, depressione e disagio psicologico continuano a crescere. Qualcosa non torna. E forse il problema non è la mancanza di strumenti, ma l’incoerenza tra ciò che si dichiara e ciò che realmente si pratica.
Da anni lavoro in azienda come formatore, attraverso la psicologia positiva, la mindfulness, l’intelligenza emotiva e la comunicazione, intese non come tecniche, ma come linguaggi per comprendere l’essere umano al lavoro. Prima ancora sono stato professore di filosofia e religione al liceo. Questo percorso, che attraversa ambiti solo in apparenza distanti, mi ha insegnato una cosa essenziale: non esiste benessere senza verità. E molte organizzazioni, oggi, esitano ad affrontarla, perché significherebbe rimettere in discussione modelli profondamente radicati.
Si parla di salute mentale, ma si continua a premiare solo la performance. Si organizzano workshop sullo stress, ma si mantengono ritmi incompatibili con una vita umana. Si invita alla resilienza, trasformandola in un dovere morale, mentre si normalizza l’esaurimento. Il filosofo Byung-Chul Han ha descritto questo meccanismo con lucidità: nella “società della stanchezza” non è più il padrone a sfruttare il lavoratore, ma l’individuo a sfruttare se stesso in nome dell’efficienza, dell’autorealizzazione e della competitività permanente.
La salute, però, non è solo assenza di malattia, così come la felicità non coincide con un sorriso forzato durante una call motivazionale. Già Aristotele ricordava che la eudaimonía – spesso tradotta in modo superficiale come felicità – è una forma di fioritura dell’essere umano, possibile solo quando esiste equilibrio tra azione, pensiero e senso. Ridurre la felicità a un indicatore di clima aziendale significa svuotarla del suo significato più profondo.
Prendersi cura delle persone implica allora occuparsi della mente e anche dello spirito, inteso non in senso religioso, ma come dimensione di significato, orientamento e visione. Una dimensione che il linguaggio aziendale tende a rimuovere perché non è immediatamente misurabile, né facilmente controllabile. Eppure, come scriveva Viktor Frankl, “l’uomo non è distrutto dalla sofferenza, ma dalla sofferenza priva di senso”. Vale nella vita, vale anche nel lavoro.
Per questo, nel mio lavoro, affianco ai percorsi più convenzionali riferimenti filosofici e simbolici, dalla tradizione classica fino alla Cabala, alla Divina Commedia e all’Ermetismo, letti in chiave psicologica e culturale. Non come curiosità esoteriche, ma come strumenti di consapevolezza. Perché una persona più consapevole è anche meno manipolabile, meno ricattabile, meno disposta a sacrificare tutto in nome della prestazione.
Ed è qui che il discorso sul benessere smette di essere superficiale e diventa essenziale. Il vero nodo non è che le aziende parlino di felicità, ma che spesso lo facciano senza fermarsi a interrogarsi sul senso del cammino intrapreso. Come ricordava Seneca, “non è che abbiamo poco tempo, è che ne sprechiamo molto”. E lo spreco più grande, oggi, è muoversi senza una direzione interiore chiara. Lo stesso Seneca aggiungeva una frase che risuona come un monito sempre attuale: “Nessun vento è favorevole al marinaio che non sa dove andare.” Senza una meta che non sia solo economica o prestazionale, anche l’organizzazione più efficiente rischia di perdersi, e con essa le persone che la abitano ogni giorno.
Oggi molte realtà lavorative corrono, accelerano, ottimizzano, ma spesso dimenticano di sostare. Eppure, già Eraclito insegnava che “il carattere dell’uomo è il suo destino”: non ciò che facciamo freneticamente, ma il modo in cui abitiamo ciò che facciamo determina la qualità della nostra vita. Vale per l’individuo, vale per le organizzazioni.
Prendersi cura del benessere significa, allora, recuperare una visione più ampia dell’essere umano. E forse la vera sfida, oggi, non è insegnare alle persone a resistere di più, ma aiutarle a ritrovare senso, misura e direzione. Perché, quando il lavoro torna a essere un luogo di significato e non solo di prestazione, anche la felicità smette di essere una parola vuota e diventa un’esperienza possibile, concreta, quotidiana: una presenza vissuta e goduta nel qui e ora.
*Professore e formatore aziendale. Dopo una formazione umanistica e filosofica, ho integrato psicologia, psicanalisi e intelligenza emotiva nel mio lavoro con persone e aziende, occupandomi di leadership, consapevolezza, benessere e senso del lavoro attraverso corsi, conferenze e mentoring