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Così la paura per la sicurezza diventa strumento di controllo sociale

Il peggio dell’americanizzazione ha già raggiunto anche le nostre coste, tradotta in decreti sicurezza paranoici. D’altro canto ormai siamo colonizzati da post-verità e fake news
Così la paura per la sicurezza diventa strumento di controllo sociale
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Se il potere è la capacità di indurre comportamenti, pigiando una vasta tastiera che va dall’influenzamento all’esercizio diretto della violenza, nell’attuale fase storica – in cui dagli arsenali del comando traboccano armi mentali create dall’incontro tra le metodologie comunicative e le tecnologie messe a punto dalle neuroscienze – lo strumento più efficace (e al tempo stesso più economico) risulta la menzogna. La mistificazione finalizzata a spostare la percezione collettiva verso apparenti criticità emotive, funzionali a rafforzare la rendita di consenso lucrata dai dominanti. Ergo, indurre la pubblica opinione ad avvalorare e interiorizzare una rappresentazione della realtà che coincida con le priorità strategiche di tale casta padronale.

Di conseguenza, dal momento in cui – mezzo secolo or sono – ha preso avvio l’operazione culminata nell’attuale restaurazione oscurantista, il cantiere preposto a definire i criteri dello scontro per imporre la nuova egemonia reazionaria si è dedicato a manipolare la configurazione socio-politica del campo prescelto: la trasformazione della tematica ultra-sensibile della sicurezza in questione iper-ansiogena. Ovviamente piegando a vantaggio del proprio posizionamento strategico i termini della questione.

Elaborazione truffaldina, che già un quarto di secolo fa venne segnalata da un vispo vecchietto con antenne sintonizzate sui laboratori occulti della Destra americana – il sociologo anglo-polacco Zygmunt Bauman – smascherandone i marchingegni comunicativi per lo spostamento concettuale dei termini adottati. Manovra di non facile decifrabilità nella lingua italiana, in cui “sicurezza” è parola ambivalente, mentre risulta in tutta evidenza nel lessico inglese grazie allo sdoppiamento tra “insecurity” (insicurezza esistenziale) e “unsafety” (precarietà come assenza di garanzie di sicurezza per la propria persona). Sicché questi apparenti sinonimi – “security” e “safety” – in effetti sono i concetti-chiave di un radicale ribaltamento dei criteri dominanti nell’avvenuto cambio di fase storica.

C’è chi parla di passaggio dall’età di Keynes a quella di Hayek: se la stagione del New Deal e del Welfare era improntata alla certezza della propria collocazione nella società (occupazione stabile, assistenza sanitaria, garanzia pensionistica, ecc.), la successiva della contro-rivoluzione reaganiano-thatcheriana avrebbe imposto le logiche estranianti della mercificazione di una vita retta da criteri di stampo aziendalistico-efficientista. Il passaggio da una fase storica progressista il cui valore dominante è l’inclusione sociale a una retroversa, in cui l’ordine plutocratico si giustifica mediante l’annuncio terroristico di vaghi pericoli, che comunque impongono l’accantonamento di atteggiamenti positivi improntati a benevolenza e socialità. In cui il rischio statistico (di modesta entità quantitativa) vira a minaccia psicologica incombente; e come tale ansiogena, al punto di indurre la ricerca prioritaria di protezione a qualunque costo. Sotto i colpi di maglio di una propaganda mediatica martellante, che trasforma i pacifici luoghi della vita in un set dell’orrore.

Sicché la psicosi di massa induce a pensare in termini di incolumità personale. Scriveva Bauman, “la sicurezza per la quale siamo in apprensione non è più quella della dignità personale, dell’orgoglio dell’abilità tecnica, del rispetto di sé, della comprensione umana e del trattamento umano, ma la sicurezza del corpo e degli effetti personali. La sicurezza nei confronti di coloro che violano la nostra proprietà e degli estranei sulla porta di casa, da vagabondi e mendicanti, maniaci sessuali dentro e fuori casa, avvelenatori di pozzi e dirottatori di aerei”.

L’idea di sicurezza armata, per cui Trump nel suo primo mandato commentava l’ennesima strage in una scuola americana, ad opera di un minorenne armato fuori di testa, addebitandone la colpa al docente della classe aggredita che, in quanto sprovvisto di revolver, non aveva saputo abbattere l’assassino. La stessa logica per cui la presunta avversaria democratica dell’attuale presidente americano – Kamala Harris – dichiarava di tenere in casa un’arma con cui sparare a qualunque sconosciuto si fosse presentato alla sua porta.

Il peggio dell’americanizzazione che ha già raggiunto anche le nostre coste, tradotta in decreti sicurezza paranoici. D’altro canto ormai siamo colonizzati da post-verità e fake news. Anche in versioni risibili. Come venerdì scorso all’inaugurazione delle olimpiadi della neve, con lo stupefacente binomio Cortina-Milano. Così abbiamo appreso che il capoluogo padano – oltre che “capitale (im)morale d’Italia” (da Mani Pulite all’attuale cementificazione dell’amministrazione Sala) – sarebbe una rinomata stazione per gli sport invernali. Magari con gli sciatori in discesa libera dalle guglie del Duomo. A maggior gloria di Giovanni Malagò (vulgo Melagodo). Disse Bauman: “per ogni paura il suo tranquillante”.

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