Petro a Washington mentre Cuba resta senza carburante: cosa (non) cambia in America Latina
Secondo analisti sudamericani, il primo esperimento di socialismo democratico in Colombia terminerebbe con il mandato di Petro. Il “governo del cambio”, pur avendo rappresentato un valido laboratorio per la creazione di uno Stato moderno più giusto e attento al welfare, riducendo le enormi disuguaglianze da sempre presenti nel paese, è avviato alla conclusione, non solo a causa delle pressioni nordamericane esacerbate da Donald Trump, ma anche “per le resistenze profonde dentro e fuori la Colombia” (cit.) da parte del ceto medio-alto colombiano.
Il meeting
Martedì 3 febbraio, a porte chiuse per i media, il presidente della Colombia Gustavo Petro ha incontrato Donald Trump alla Casa Bianca, un evento giudicato improbabile fino a un mese fa, dopo un anno costellato di accuse e minacce che i due premier si sono scambiati per tutto il 2025. In agenda l’impegno congiunto dei due governi nella lotta al narcotraffico, sollecitato da Trump, oltre al rispetto della politica migratoria degli Stati Uniti.

Petro è tuttora nella famigerata lista Clinton, creata dall’agenzia del Tesoro Ofac (Office of Foreign Assets Control) incaricata di bloccare tutte le transazioni economiche di imprese e Stati sospetti di traffici di droga, riciclaggio e terrorismo. In pratica, la morte commerciale per la nazione coinvolta. A fargli compagnia, la ex moglie Verónica Alcocer e il figlio Nicolás.
La decisione di Trump è maturata non solo dopo l’aumento della produzione di cocaina in Colombia (+53% nel 2023, malgrado sequestri per 700 tonnellate) ma anche per un comizio di Petro a New York contro il genocidio palestinese.
In seguito a questo “affronto”, Trump ordinò il ritiro del visto d’entrata negli Stati Uniti al premier e alle imprese colombiane collegate al governo, oltre a decretare il blocco delle loro transazioni.
Da maggio 2024 la Colombia ha interrotto ogni relazione diplomatica con Israele per protesta contro la ripresa degli eccidi a Gaza dopo la tregua rotta da Netanyahu il 18 marzo.
Sui migranti, appena insediato, Trump ordinò la deportazione di 201 colombiani tra uomini e donne, ammanettati mani e piedi, ma Petro rifiutò l’accesso agli aerei militari che li trasportavano per la palese umiliazione nei confronti dei suoi connazionali. Di conseguenza Trump impose dazi doganali del 25% su tutti i prodotti colombiani importati negli States e Petro fu costretto a cedere.
Dopo la riunione, Trump ha dichiarato di essere soddisfatto dei risultati, e Petro in conferenza stampa ha rivendicato la lotta al narcotraffico, accompagnata però dal blocco dei grandi capitali che lo finanziano: “A Dubai, a Madrid, a Miami, ovunque fosse necessario”. Tuttavia, alla domanda se lui e la famiglia fossero stati rimossi dalla lista Clinton, la risposta è stata sconcertante: “Non l’ho chiesto”.
Undici autoblindo sono stati donati dagli Usa per combattere la guerriglia. La montagna ha partorito il topolino.
Il presidente dell’Ecuador Daniel Noboa, fedele alleato di Trump, ha imposto dazi del 30% sull’export colombiano, accusando Petro di non fare abbastanza contro il narcotraffico che da tempo tiene in scacco il paese andino. Noboa, per non essere da meno del suo padrino, ci ha messo sopra il carico da 11: un aumento del 900% sul costo del trasporto del crudo colombiano in Ecuador.
Cuba al gelo
Intanto la recrudescenza del bloqueo voluto da Trump per dare il colpo di grazia a Cuba, interrompendo le consegne di petrolio dal Venezuela attraverso un blocco navale che non si era più visto dalla crisi dei missili sovietici nel 1962, ha causato anche l’interruzione delle abituali forniture dal Messico. Per compensazione, la presidente Claudia Sheinbaum ha disposto l’invio di 814 tonnellate di viveri all’isola.
The Donald ha minacciato ulteriori dazi a qualsiasi nazione provasse a forzare tale blocco: “il regime cubano deve cadere. Né petrolio né soldi devono più arrivare a Cuba”. La gente nell’isola ormai vive al buio quasi 24 ore al giorno, ridotta a cucinare con il carbone o con la legna; non c’è carburante neanche per i generatori degli ospedali, e le strade sono buie con i semafori spenti. Dalla mezzanotte di lunedì 09 febbraio, i rifornimenti di combustibile alle compagnie aeree sono sospesi.
Cuba è stata tartassata pure dal freddo polare, che ha toccato lo zero sui monti sovrastanti la costa di Mayabeque a un’ora dall’Avana. Qui giacciono inutilizzate le trivelle per estrarre il greggio, troppo pesante per essere lavorato a causa di infrastrutture obsolete per la raffinazione e dell’esplosione dell’impianto di Matanzas. Inutile sperare negli investimenti cinesi per aiutare Cuba e Venezuela. La prima non ha materie prime che interessino Xi Jinping e il petrolio del secondo rappresenta solo il 4% di quello che la Repubblica Popolare importa dal resto del pianeta. Più che il comunismo, per la superpotenza asiatica vale la regola del portafoglio.
I graffitari di Catatumbo
Il termine Catatumbo nell’arte grafica dei murali che decorano le metropoli colombiane, si riferisce alla denuncia sociale che prende il nome dalla regione ai confini col Venezuela, affetta dalla piaga dei desplazados: in centri urbani come Cúcuta, si sono rifugiate oltre 90.000 persone cacciate dalle loro case in seguito ai conflitti armati tra fazioni della guerriglia: ELN contro FARC, per il controllo del territorio ai fini della coltivazione e produzione di cocaina per l’export, laddove i grandi capitali all’estero finanziano le operazioni, mentre scarti letali quali il crack con eroina di bassa qualità, sono destinati al mercato locale verso i barrios dei tossicodipendenti, come El Calvario a Cali. Petro propose a ELN nel 2023 un progetto di pace, i narcos risposero uccidendo 200 contadini.
Dal dramma di questi profughi, i graffitari colombiani crearono i collettivi Catatumbo, ottenendo visibilità. Come spesso accade, dalla tragedia di tanti, può derivare il successo di pochi.
Fotocredit F.Bacchetta