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Amelia Rosselli, una poetessa dalla luce caravaggesca: Roma la celebra a trent’anni dalla morte

Iniziative di grande interesse, che raccomando non solo agli appassionati di poesia, ma a tutte le menti in ricerca
Amelia Rosselli, una poetessa dalla luce caravaggesca: Roma la celebra a trent’anni dalla morte
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Nel Novecento poetico italiano si stagliano figure che sembrano nascere già circondate da una tragica luce caravaggesca, come se la loro vita fosse stata sceneggiata da dèi annoiati per delineare una rocambolesca predestinazione.

Amelia Rosselli occupa, nella letteratura italiana, un luogo marginale e insieme cruciale, come accade alle voci poetiche che non si lasciano ridurre a una scuola, a un’etichetta, a una categoria. La sua opera rappresenta un unicum difficilmente assimilabile, non solo per la irriducibile originalità stilistica, ma soprattutto per la densità mercuriale di esperienze storiche e personali che la attraversano.

Nata a Parigi nel 1930, già in condizione di esule, figlia del grande Carlo Rosselli (la cui visione socialista liberale sembra unico antidoto all’impazzimento del capitalismo agonizzante) e dell’inglese Marion Cave (coraggiosa militante antifascista londinese), Amelia porta nella sua infanzia le stimmate del martirio politico. Nel 1937, a Bagnoles-de-l’Orne, il padre e lo zio Nello vennero trucidati a coltellate da sicari fascisti. La storia entrò così nella sua mente bambina in tutta la sua brutalità: un trauma che negli ultimi anni piagati dalla malattia mentale assumerà i tratti inquietanti della paranoia ossessiva.

La sua giovinezza è una continua fuga inquieta: Francia, Svizzera, Stati Uniti, Inghilterra, Italia. Non un grand tour intellettuale, ma la condanna imposta dalla condizione di rifugiata. Pasolini, che primo ne colse la voce unica, la definì “cosmopolita”, lei rispose con fermezza: non si sceglie di essere senza patria. Questo abitare l’esilio, questa frattura interiore diventa la musa dilaniata di una scrittura necessariamente plurilingue. L’italiano, l’inglese, il francese confliggono armoniosamente nei suoi versi, creando una partitura sonora in cui ogni parola testimonia la condizione di esule perenne. Citazioni, echi, paradossi, rovesciamenti di senso: una lingua che si spezza mentre si ricompone, illuminata da epifanie il cui senso si smarrisce in un labirinto di variazioni.

Una poesia ardua da leggere, ma ipnotica da ascoltare.

Nella scena intellettuale di Roma, dove vive dagli anni Cinquanta, Rosselli è insieme protagonista per la forza evidente della sua personalità poetica, eppure risospinta ai margini dalla sua stessa schiva timidezza. Frequenta Pasolini, Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Carmelo Bene. Rapporti di stima, di passione, di confronto, di conflitto. Rosselli ha il dono pericoloso di una mente straordinaria, traboccante di memoria ed erudizione, ma che crolla fragilmente sotto troppa sapienza e sensibilità. Le malattie che la colpiscono, la paranoia, il Parkinson, la depressione, trasformano l’introversione in isolamento. Nei suoi versi la tensione torce la lingua creativa, che oscilla pericolosamente tra lucidità e vertigine psichica.

La sua scrittura, segnata dal duplice dramma dell’esilio e della malattia, è tutta rivolta a restituire il ritmo incessante di una mente vulcanica in procinto di esplodere. La sua peculiare musicalità testimonia poeticamente i segni strazianti della storia novecentesca.

In questo contesto di rinascita critica si inseriscono le iniziative romane dedicate al trentennale della sua scomparsa. Nelle parole di Andrea Cortellessa: “L’11 febbraio 1996 si toglieva la vita la più grande poetessa italiana del Novecento. Dagli anni Cinquanta viveva a Roma ma era nata in esilio, a Parigi nel 1930, dove sette anni dopo suo padre Carlo e suo zio Nello vennero uccisi da una banda al soldo del regime fascista. L’anniversario della sua scomparsa viene ricordato dal convegno Un echeggiare violento. Trent’anni con Amelia Rosselli, curato da Andrea Cortellessa, Sonia Gentili e Monica Venturini a Palazzo Valentini e alle Università La Sapienza e Roma Tre, da mercoledì 11 a venerdì 13. In ricordo non solo della sua voce verticale e inimitabile, ma anche del ‘secolo barbaro’ che la fece e la disfece, la sera dell’11 al Teatro Palladium si terrà la prima esecuzione assoluta del brano L’inferno, tessuto da mani perfette, composto per l’occasione da Fabrizio De Rossi Re”.

Questa azione musicale, con la presenza di Andrea Cortellessa, Maria Chiara Forte, Diletta Masetti e le video installazioni di Lorenzo Letizia, entra nel complesso linguaggio poetico rosselliano non per “spiegarlo”, ma per farne risuonare l’incanto sfuggente della sua musicalità.
Iniziative di grande interesse, che raccomando non solo agli appassionati di poesia, ma a tutte le menti in ricerca.

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