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Torna la competizione politica sulle pensioni: un decalogo per coniugare la sostenibilità economica con quella sociale

L'intervento di Matteo Jessoula, ordinario di Scienza Politica all’università degli Studi di Milano: "Scardinare quella gabbia di ferro che mantiene il sistema pensionistico italiano inchiodato all’architettura definita nella fase 1992-2012, un impianto ormai inadeguato"
Torna la competizione politica sulle pensioni: un decalogo per coniugare la sostenibilità economica con quella sociale
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Dopo l’ennesimo tradimento delle promesse elettorali sulle pensioni – dalla flessibilità in uscita al superamento della Legge Fornero con “Quota 41” fino alle pensione di vecchiaia per le donne a 63 anni e 20 di contributi e a quella di garanzia per i giovani – da parte del governo guidato da Giorgia Meloni, l’opposizione ha battuto un colpo. La mozione unitaria Avs-Pd-M5s ha il merito di provare a superare tre decenni di dibattito costretto entro una cornice di chiara impronta neoliberista. A trent’anni dalla riforma Dini del 1995 e a quindici dalla famigerata riforma Monti-Fornero, le pensioni possono tornare oggetto di una sana competizione politica: viste le mosse del governo, l’occasione è più che propizia per le opposizioni. Non poteva mancare l’immediata reazione sulla stampa, anche da parte di autorevoli commentatori, contro la mozione unitaria, a difesa sia del meccanismo di adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aumento dell’aspettativa di vita che delle “virtù” della previdenza complementare.

In questa prospettiva è opportuno fissare 10 punti essenziali per scardinare quella gabbia di ferro, sia cognitiva che valoriale, che mantiene il sistema pensionistico italiano inchiodato all’architettura definita nella fase 1992-2012, un impianto ormai inadeguato a coniugare la sostenibilità economico-finanziaria con l’adeguatezza e la sostenibilità sociale e politica.

1. Lavoratori vs Pensionati, Lavoratori giovani vs Lavoratori anziani. In Italia il dibattito è stato ampiamente centrato su queste contrapposizioni, fuorvianti perché parziali: guardano infatti alla sola dimensione inter-generazionale, che non è la più rilevante. Primo, perché le riforme tipicamente non toccano i pensionati. Secondo, perché i provvedimenti sottrattivi a scapito dei lavoratori prossimi alla pensione si ripercuoteranno, in futuro, sui giovani di oggi. Terzo, perché la dimensione intra-generazionale è assai più decisiva: vi sono infatti lavoratori impiegati in lavori gravosi e altri dediti a occupazioni meno usuranti, lavoratori a basso e ad alto reddito, così come 400.000 pensionati con assegni da oltre 5.000 euro al mese e ben 4,7 milioni con redditi pensionistici inferiori a 1000 euro al mese, pensionati con aspettativa di vita maggiore e minore (le differenze sono notevoli, fino a 4 anni tra un dirigente e un operaio). La domanda da porsi è quali lavoratori e quali pensionati vogliamo proteggere.

2. Spesa e sostenibilità. Il dibattito non ha mai superato l’ossessione della “gobba pensionistica” delineata negli studi degli anni ’90. I dati dicono che oggi il sistema è sostenibile: la spesa è al 15,7% del PIL, con un aumento modesto (attorno a 1,4 punti percentuali) previsto attorno al 2040. Questa spesa è però distribuita in modo sbilanciato: il 30,3% va al 12,6% dei pensionati più ricchi, mentre solo l’1,7% va al 10% più povero. La spesa per prestazioni assistenziali si ferma a 13 miliardi sugli oltre 330 complessivi. La domanda cruciale è perciò come vogliamo distribuire questa spesa. Proteggendo di più (di meno) quali lavoratori di oggi e pensionati di domani?

3. Spesa lorda e spesa netta. L’Italia è tra i paesi con più alta imposizione fiscale sulle pensioni: molte risorse tornano dunque nelle casse dello stato e la spesa netta è significativamente più bassa, attorno al 12,5% del PIL – non la più alta nell’Ue.

4. L’accesso al pensionamento. L’incremento dell’età pensionabile è tra le misure di riforma più regressive per i differenziali nell’aspettativa di vita a favore delle fasce più abbienti.

5. Retributivo e contributivo. La quota contributiva è ampiamente prevalente nel calcolo degli assegni di chi andrà in pensione nei prossimi 10 anni, e attorno al 2035 praticamente tutte le pensioni saranno contributive. Il metodo contributivo non contiene alcuna previsione solidaristica a favore dei lavoratori a più basso reddito.

6. Accesso al pensionamento e metodo contributivo. Assenza di meccanismi solidaristico-redistributivi, età pensionabile elevata e differenziali nell’aspettativa di vita producono effetti distributivi severamente regressivi.

7. “Importi soglia” e prevenzione della povertà. Evitare pensioni troppo basse condizionando – come da norme vigenti – l’accesso al pensionamento (di vecchiaia e anticipato) al raggiungimento di un “importo soglia” comporta un ulteriore effetto regressivo, a danno dei lavoratori con redditi bassi, carriere interrotte, ecc… che faticano a raggiungere tali importi.

8. Come evitare pensionati poveri. In un’ottica progressiva e progressista, la povertà dopo il pensionamento va contrastata con prestazioni solidaristico-redistributive: pensione di garanzia, pensione di base per tutti i residenti, pensioni sociali adeguate.

9. Finanziamento fiscale vs contributivo. Il primo – che copre oggi oltre il 30% della spesa per pensioni – è più progressivo del finanziamento contributivo. Inoltre, esso consente di spostare parte del prelievo su fattori “improduttivi”, quali rendita e patrimonio. Un’“imposta di scopo” sui patrimoni molto elevati – come suggerito addirittura dalla Banca Mondiale nel 2014 – potrebbe essere una misura strutturale per rafforzare le pensioni più povere.

10. La previdenza complementare. Pur sostenuta da generosi incentivi fiscali, oggi copre circa un terzo dei lavoratori, e non i più svantaggiati – a tempo determinato, a basso reddito, ecc.. La soluzione per questi lavoratori va trovata dentro il pilastro pubblico, irrobustendone la portata solidaristico-redistributiva.

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