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Le vite “senza alternativa” dei rider di Glovo: “In media 900 euro al mese per 12 ore al giorno di consegne. Ma dobbiamo sopravvivere e mandare soldi a casa”

Le testimonianze raccolte dal Nucleo Ispettorato del Lavoro nell'ambito dell'indagine del pm Storari che ha disposto il controllo giudiziario di Foodinho per caporalato. "Ho provato a cambiare ma non ci sono riuscito, sono costretto a fare questo per mandare soldi in Pakistan", dice Rashif. Mentre Stefan deve mantenere la compagna che non può lavorare: "E' stata operata al cuore". Emmanuel: "Non siamo pagati se siamo malati. Per loro siamo numeri"
Le vite “senza alternativa” dei rider di Glovo: “In media 900 euro al mese per 12 ore al giorno di consegne. Ma dobbiamo sopravvivere e mandare soldi a casa”
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Sulla carta sono lavoratori autonomi, a partita Iva o in regime di ritenuta d’acconto. Nei fatti passano tra le 10 e le 12 ore al giorno collegati all’app della piattaforma per cui lavorano in attesa della chiamata per una consegna. Di consegne, con la bici comprata a loro spese, ne fanno a volte fino a trenta, con un compenso base di 2,50 euro. Il tutto per sei o sette giorni a settimana, percorrendo anche 60 km su e giù per le città. A fine mese il guadagno netto si ferma in media a meno di 900 euro al mese, calcola la procura di Milano nel decreto con cui il pm Paolo Storari ha messo sotto controllo giudiziario Foodinho, società di delivery del colosso spagnolo Glovo, con l’accusa di caporalato. Il 75% dei ciclofattorini attivi a Milano sentiti dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro è ben sotto la soglia di povertà. Qualcuno guadagna il 70% in meno. E dalle loro testimonianze emerge come siano costretti ad accettare quelle condizioni perché non hanno alternative: uno stato di bisogno su cui, secondo la Procura, l’azienda ha fatto leva per sfruttarli.

“Ho bisogno di questo lavoro”, “non c’è altro”, “nessun altro mi ha chiamato”, “non riesco a trovare altre opportunità”, “non avevo alternative”, è il refrain di tutti i racconti raccolti a gennaio dagli investigatori. Ogni storia è lo spaccato di vite in cui non c’è scelta. “Io e la mia compagna viviamo in una stanza per cui pago 450 euro mensili in contanti: tolto l’affitto, rimaniamo con circa 400 euro per vivere. Lei è stata operata al cuore e non riesce a svolgere attività lavorativa”, racconta Stefan (riporteremo solo i nomi di battesimo, ndr), uno dei pochi a utilizzare una bici non elettrica, che guadagna 800-900 euro al mese e quando possibile aiuta la madre rimasta in Bulgaria. Faruk lavora 12-13 ore consecutive al giorno: altrimenti non arriverebbe ai 1.500 euro al mese che gli consentono di mantenere moglie e figlia di 6 mesi e mandare qualcosa alla madre in Ghana. “Ho provato a cambiare ma non ci sono mai riuscito, sono costretto a fare questo per sopravvivere e mandare soldi in Pakistan”, dice invece Rashif, che lavora sette giorni su sette “pur di guadagnare il giusto”. “Abbiamo anche scioperato“, ricorda, “ma non c’è stato alcun miglioramento“.

Qualcuno, come Ihsan, è costretto a lavorare anche per Deliveroo: altrimenti non guadagnerebbe abbastanza per sopravvivere e, nel suo caso, pagare 200 euro di affitto per una casa condivisa con altri tre rider e inviare 300 euro al mese alla madre in Pakistan. Doppio lavoro anche per Muhammad, attivo dalle 10 alle 22 tutti i giorni pur di riuscire a mettere da parte 800 euro che vanno alla moglie e ai quattro figli rimasti in patria. Vorrebbe fare altro, ma non ci riesce perché ha 44 anni e “le aziende preferiscono assumere i giovani”, spiega.

Non sta meglio Zaheer, che dichiara di portare a casa circa 1.500 euro lordi ma paga 250 euro al mese per un posto letto in un appartamento con altri otto connazionali e manda 1.000 euro al mese alla moglie, rimasta in Pakistan con due bambini. Anche Anees ha moglie e figlia di un anno in Pakistan e non chiede altro che una paga più alta visto che “quotidianamente siamo esposti al freddo, alla pioggia” – d’estate al caldo soffocante – “e questo rende molto faticoso il lavoro”. Da molti racconti emerge poi la mancanza di alternative percepita da chi è in attesa di rinnovo del permesso di soggiorno e dunque non può far altro che accettare condizioni durissime. Seye vive a Castellanza, 35 km da Milano, per cui spende 200 euro al mese di treno. Altri 300 se ne vanno in affitto e altrettanto lo spedisce alla famiglia in Nigeria. Per mangiare e qualsiasi altra necessità gli restano “circa 100 euro al mese”. Come tutti gli altri, non riesce a metter via nulla: nonostante le tante ore di lavoro, la stanchezza e lo stress, i soldi bastano a malapena a sopravvivere fino a fine mese.

Abdul in poche parole fa cadere il velo sul cosiddetto “free login“, il nuovo sistema lanciato a maggio da Glovo che elimina la prenotazione dei turni: molti hanno notato come sembrasse un tentativo di bypassare le sentenze e continuare a inquadrare i fattorini come lavoratori autonomi. In agosto il tribunale di Milano ha visto il bluff: i rider devono comunque scaricare un programma, ricevono istruzioni dal sistema e vengono geolocalizzati, “nel contesto di criteri di gestione della consegna e conduzione delle varie fasi dell’attività declinati dalla società committente”. Ergo, a loro va comunque applicata la disciplina del lavoro subordinato come previsto dal decreto legislativo 81/2015, uno dei decreti attuativi del Jobs Act, come modificato nel 2019 dal governo Conte. Chi ha vissuto sulla sua pelle il prima e il dopo spiega però le conseguenze pratiche: “Le condizioni lavorative sono peggiorate“, dice Abdul, e “la nuova versione non permette di vedere lo storico delle consegne effettuate, non sono neanche scritte in fattura. La retribuzione, quindi, va a fiducia, non potendola confrontare col lavoro svolto”. Anche Dabore ha visto i guadagni calare e per qualche mese ha cercato di compensare lavorando per una società di logistica. Ma, scaduto il contratto, l’hanno lasciato a casa.

Sempre a conferma della subordinazione di fatto, Chowdhury testimonia di essere “sempre geolocalizzato da Glovo”: “se faccio ritardo chiama al telefono per chiedermi di accelerare la consegna”. Lo stesso raccontano agli investigatori Ahmed, Muhammad e Anjam. Tutte ricostruzioni che evidenziano un lavoro “integralmente governato dall’app“, con organizzazione “unilaterale” e “controllo continuo sulle prestazioni”. Il pm Storari parla di un “monitoraggio continuo e una gestione algoritmica della prestazione”. Peccato che, come ricorda Obijiaku sottolineando di sentirsi “un numero” per la piattaforma, eventuali spese impreviste come il furto della bicicletta siano interamente a carico del lavoratore, che non ha alcuna tutela. A Emmanuel hanno rubato la batteria della bici: ha dovuto ricomprarsela, pagando 800 euro. “Non mi piace come veniamo trattati”, commenta. “Non siamo pagati se siamo malati e il nostro lavoro non viene in alcun modo valutato”. Poi ripete lo stesso concetto di Obijiaku: “Per loro siamo numeri”. Chi si infortuna, come Zaheer che ha avuto un incidente durante una consegna, continua a lavorare nonostante i dolori.

“Gli accertamenti compiuti danno atto di una situazione di vero e proprio sfruttamento lavorativo, perpetrato da anni ai danni di numerosissimi lavoratori”, scrive Storari, disponendo il controllo giudiziario affidato al commercialista Andrea Adriano Romanò, incaricato di regolarizzare i lavoratori e controllare il rispetto delle norme. Numerosissimi lavoratori, conclude il pm, “percepiscono retribuzioni “sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato perpetrato” e in palese difformità da quanto stabilito dalla contrattazione collettiva”. Premessa del provvedimento è che “spesso le situazione di illiceità che maturano all’interno delle imprese non sono il frutto di iniziative di carattere individuale, né possono comprendersi facendo riferimento in via esclusiva a “personalità perverse di singole persone””: non si può quindi “pensare che il problema possa essere risolto solo rimuovendo le figure apicali della società, senza nulla mutare del sistema organizzativo”. Di qui la scelta del commissariamento “finalizzata ad affrancare l’impresa da relazioni patologiche che la stessa si è trovata ad instaurare”.

Nel maggio 2020, un’indagine dello stesso Storari aveva portato al commissariamento per caporalato della filiale italiana di Uber, che all’epoca effettuava anche servizi di food delivery. Un’ex manager ha patteggiato nel febbraio 2025.

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