“Cuba non finirà come il Venezuela, l’esercito è più preparato. Gli Usa promettono libertà? È solo una facciata”
“Tempi difficili”, titola Granma, il giornale del Partito comunista cubano, riportando le parole del leader Miguel Díaz-Canel Bermúdez, che ammette l’entità di una crisi “particolarmente difficile”, negando però ogni ipotesi di “collasso”. Certo: manca il petrolio venezuelano e l’embargo Usa peggiora le cose, ma – dice Díaz Canel – prevale la “resistenza creativa”, nonostante “le avversità quotidiane”. Intanto il regime apre al dialogo con gli Usa mentre incassa il sostegno di Cina, Messico, Russia e altri alleati.
“Chi sta peggio sono gli anziani, che con l’embargo non hanno la possibilità di ricevere le rimesse dei parenti radicati all’estero – racconta a ilfatto.it padre Massimo Nevola, gesuita, assistente ecclesiastico della Lega missionaria studenti, impegnato a Cuba dal 2004 -. La distribuzione degli alimenti ha retto fino alla pandemia, con la libreta che garantiva provviste per circa dieci giorni. Ora quel sistema è stato ridimensionato”. A Cuba padre Nevola ha fondato otto comunità religiose a cui non ha mai fatto mancare la sua presenza, neppure durante il Covid: “Appena si allentava il lockdown partivo”. Ma non solo. Ogni estate partono “i campi di solidarietà” – a eccezione degli anni 2020 e 2021 – promossi dalla Comunità di vita cristiana, che operano nell’isola attraverso la Lega missionaria studenti. Inoltre Nevola mantiene un “ottimo rapporto” con le istituzioni locali e si occupa di “animazione popolare” e assistenza per i disabili nel centro medico psicopedagogico “Edad de oro”.
Padre Nevola, a Cuba si prospetta un epilogo simile a quello di Caracas?
Cuba non è il Venezuela: non c’è petrolio, né altre risorse naturali, che possano produrre crepe interne al sistema. È difficile che, in caso di invasione, il governo cubano si dia alla fuga senza opporre una resistenza reale, anche se sottovalutata da attori esterni. L’Avana è inoltre più coesa di Caracas: la corruzione è minore e c’è un maggiore controllo della società da parte dell’esercito. Basti pensare alla recente dimostrazione di orgoglio, all’Avana, quando sono stati commemorati i 32 connazionali caduti a Caracas. Anche i giovani, pur volendo cambiamenti economici, respingono – anche con fiaccolate – l’eventuale intervento Usa e l’imposizione economica di Washington.
Ma qualcuno protesta per la crisi e gli Usa promettono libertà.
La gravità della crisi è indiscutibile, con ricadute sui trasporti, sull’elettricità e sulla salute pubblica. Cresce l’insofferenza, con l’inasprimento dei blackout: le famiglie che non hanno rimesse dall’estero non possono permettersi accumulatori né pannelli solari. Pochi gli automobili che girano e mancano i mezzi di trasporti. La libertà, lo sviluppo economico e il progresso culturale non possono nascere da embarghi strangolanti o interventi militari mirati.
Qual è la pretesa degli Usa?
Gli Usa si dicono interessati a un reale miglioramento delle condizioni di vita del popolo cubano, ma in molti pensano che sia un’operazione di facciata e che la vera finalità sia di tipo espansionistico: domare l’ultima roccaforte del continente, che non si era sottomessa ai dettami di Washington. Lo si evince dalle dichiarazioni dello stesso Trump e dei suoi collaboratori.
Anche la Chiesa parla di cambiamenti urgenti. Quali?
Sì, la Chiesa locale auspica gesti di pace da parte del governo Díaz-Canel, tra cui il rilascio dei prigionieri politici, la concessione della terra ai contadini, la gestione condivisa dei della produzione industriale e il via libera ai capitali stranieri per la costruzione di nuovi impianti industriali privati, com’è in parte avvenuto nel turismo e nel settore alimentare. Occorrerebbe ripristinare il percorso avviato da Obama: Biden lo aveva promesso, ma ha tradito le attese, e con Trump non sembra possibile.
A che punto è la riforma promessa di Díaz-Canel?
La riforma stenta a decollare, anche perché deve fare i conti due narrazioni: da un lato – sostenuta soprattutto dagli esuli – si ritiene che il comunismo abbia fallito, sotto tutti i punti di vista, e avrebbe solo recato danni alla vita civile nell’isola, e chiede di aprire al libero mercato, ma è un film già visto nell’Est d’Europa, dove la delusione è stata grande. In realtà il socialismo ha contribuito all’ammodernamento del Paese, strappandolo ai latifondi, all’analfabetismo e alla schiavitù di fatto. Dall’altro, stando con la gente, si percepisce che qualche piccola riforma c’è già, anche con la distribuzione alimentare e la compravendita di immobili. Serve certo una revisione del Sistema di produzione agricolo, che permetta ai contadini di lavorare la terra, rinnovando l’intero settore.
Cosa preoccupa di più i cubani?
Le differenze sociali, che si riflettono soprattutto nelle catene alimentari, dove si vendono anche medicinali: migliaia di negozi aperti, negli ultimi quattro e cinque anni. Chi ce li ha vive bene, ma i prezzi sono inaccessibili per la maggioranza della popolazione. Il sogno è quello di una trasformazione interna, pacifica, ma non è detto che le pretese di dominio Usa lo permettano.
Cina e Russia interverrebbero?
L’impressione generale è quella di più interventi simbolici che sostanziali, cercando di dare ossigeno all’economia che collassa. Nessuno può però prevedere la loro reazione con esattezza. Qualcuno pensa che il tutto sia già stato concordato al vertice Trump-Putin di Alaska, ma i russi non si fidano delle promesse americane e non è detto che i cinesi restino a guardare. Nessuno, nell’Isola, vuole lo spargimento di sangue e nemmeno l’imposizione coloniale, come di fatto avviene a Gaza.