La Procura di Milano mette sotto controllo giudiziario Foodinho-Glovo: “Caporalato, salari sotto la soglia di povertà”
Il pm di Milano Paolo Storari ha disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario per caporalato per Foodinho, la società di delivery del colosso spagnolo Glovo. Secondo la Procura i rider, 40mila quelli impiegati in tutta Italia, ricevevano paghe “in alcuni casi inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e inferiori fino al 81,62% rispetto alla contrattazione collettiva”. Somme che non garantiscono ai rider una “esistenza libera e dignitosa” come previsto dall’articolo 36 della Costituzione. Considerato che si tratta di persone “in stato di bisogno”, l’accusa nei confronti della società e dell’amministratore unico Pierre Miquel Oscar è di caporalato. In qualità di amministratore unico, scrive il pm Storari, Oscar “impiegava manodopera in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori”.
Le indagini, condotte dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, hanno confermato ancora una volta che i rider non sono lavoratori autonomi: a loro va applicata la disciplina del lavoro subordinato, come previsto del resto dal decreto legislativo 81/2015 come modificato nel 2019, stando al quale “si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro prevalentemente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche qualora le modalità di esecuzione della prestazione siano organizzate mediante piattaforme anche digitali”.
E qui si arriva al salario: partendo dagli orientamenti della giurisprudenza stando a cui il giudice può determinare il “salario minimo costituzionale” ex art. 36 della Carta anche discostandosi dalle
previsioni dei ccnl stipulati dai sindacati, se non assicurano proporzionalità e sufficienza della retribuzione, il pm confronta il reddito netto disponibile percepito dai rider (senza considerare Tfr, coperture assicurative e welfare contrattuale) con gli stipendi quelli previsti dal ccnl logistica e con le soglie di povertà rilevando notevoli scostamenti. In particolare 18 rider sui 24 considerati risultano sotto la soglia di povertà di 5mila euro annui in media, ma si arriva fino a 11.700-12-400 euro. Se poi si prendono in considerazione i redditi netti minimi previsti dal ccnl trasporti e logistica, il numero dei lavoratori sottosoglia sale a 21 casi su 24. E va considerato che i redditi di lavoro autonomo dichiarati dai fattorini sono stati conseguiti “svolgendo attività lavorativa con una disponibilità oraria media di 9/10 ore giornaliere per almeno sei giorni la settimana, per un totale medio di circa 54/60 ore settimanali, ben oltre, dunque, il normale orario di lavoro settimanale (40 ore), di un lavoratore subordinato”
Sul controllo giudiziario, con la nomina dunque di un amministratore giudiziario per la società di delivery food, dovrà poi esprimersi un gip.
“L’inchiesta resa pubblica oggi mette nero su bianco ciò che l’Unione Sindacale di Base denuncia da anni”, commenta l’Usb, “i rider non sono lavoratori autonomi, ma dipendenti a tutti gli effetti, mascherati da finte partite IVA per aggirare diritti, tutele e contratti. L’organizzazione del lavoro dei rider è interamente nelle mani delle piattaforme: turni decisi unilateralmente, algoritmi che controllano tempi, percorsi e prestazioni, sistemi di penalizzazione e disconnessione che equivalgono a veri e propri provvedimenti disciplinari. Altro che autonomia: siamo di fronte a una subordinazione piena, esercitata attraverso strumenti digitali. Il modello delle piattaforme di food delivery si fonda su uno sfruttamento sistematico, reso possibile dalla classificazione fraudolenta dei rider come lavoratori indipendenti. Per questo USB rivendica con forza l’applicazione del CCNL Logistica, Trasporto Merci e Spedizione a tutti i rider di tutte le piattaforme, senza deroghe e senza accordi peggiorativi firmati sulla pelle dei lavoratori”.
In questo contesto “non possono essere taciute le gravi responsabilità dei sindacati confederali che, nonostante un quadro normativo chiaro, una giurisprudenza sempre più consolidata e un dibattito accademico ormai decennale, continuano a promuovere e legittimare soluzioni di lavoro autonomo o comunque precario, che rappresentano solo una nuova forma di precarizzazione. Strumenti che non mettono in discussione il potere delle piattaforme, non riconoscono la reale subordinazione del lavoro dei rider e finiscono per istituzionalizzare lo sfruttamento, offrendo una copertura “contrattuale” a modelli che eludono diritti, salario e tutele”.