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Terre rare, l’accordo “anti Cina” proposto da Trump ci conviene? L’esperto: “Rischio di aumento dei prezzi a danno dell’industria civile Ue”

Il memorandum proposto da Washington comprende la fissazione di prezzi minimi e dazi contro il monopolio cinese. Ma i ritardi europei potrebbero pesare sulla capacità di far valere i nostri interessi. L'analista Mazziero: "Aderire, poi decideremo quando lasciare". Prina Cerai, Research Fellow all’Osservatorio di Geoeconomia dell’Ispi: "Su certi dossier c'è più compatibilità di interessi con la Cina"
Terre rare, l’accordo “anti Cina” proposto da Trump ci conviene? L’esperto: “Rischio di aumento dei prezzi a danno dell’industria civile Ue”
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Opportunità o subalternità? Questo il dilemma europeo di fronte alla proposta statunitense di un blocco anti cinese, con tanto di prezzi minimi e dazi comuni, sul fronte delle terre rare, i minerali critici da cui dipendono anche sfide come la transizione ecologica e digitale. La dipendenza dalla Cina è un problema che l’Unione europea non ha ancora risolto. Anzi, gli obiettivi che l’Ue si è data per il 2030 con il Critical Raw Materials Act, adottato dalla Commissione europea nel 2023, sono per lo più “impossibili”. A dirlo è la Corte dei conti europea nel rapporto pubblicato il 2 febbraio: “Gli sforzi di diversificazione delle importazioni devono ancora produrre risultati tangibili e le strozzature ostacolano i progressi nella produzione e nel riciclaggio a livello nazionale”. Peggio: gli obiettivi perseguiti “non sono giustificati” dai progetti adottati, i dati sottostanti “non sono solidi” e la Commissione “non controlla”. Tanto per cambiare, poi, l’Ue non ha una voce sola, né univoci interessi e infatti gli Stati membri si impegnano a perseguire i propri. Del resto, lo stesso CRMA dice sono i singoli Stati a dover riferire in merito alle proprie “scorte strategiche” e a monitorare i propri operatori, confermando che la sicurezza europea poggia ancora su basi nazionali.

È in questo fragile contesto che l’Ue si dice pronta a raccogliere la proposta degli Stati Uniti di Donald Trump. Ridimensionare il monopolio cinese sui minerali critici è per Washington una questione di sicurezza nazionale. La Cina controlla il 90 per cento dell’estrazione e il 70 per cento della raffinazione, e può vendere a prezzi bassi grazie a sussidi statali, economie di scala e una catena di approvvigionamento integrata. Prezzi che spingono gli altri Paesi fuori mercato, impedendo loro di creare un’industria forte nella trasformazione di questi materiali. Da qui l’idea di un memorandum per stabilire un blocco commerciale preferenziale con Ue e Giappone: prezzi minimi (price floors) e dazi comuni per impedire alla Cina di dettare le regole o peggio, di interrompere l’approvvigionamento come ha già dimostrato di saper fare. In base a quanto annunciato a Washington dal Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti Jamieson Greer durante la Ministeriale sui minerali critici, l’iniziativa punterebbe a progetti congiunti di estrazione, raffinazione e riciclo da formalizzare in un memorandum d’intesa, probabilmente già entro febbraio, per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento, anche attraverso la garanzia di riserve strategiche per proteggere l’industria occidentale da carenze improvvise e manipolazioni di mercato. C’è da fidarsi? E soprattutto, conviene?

Come ha scritto la Corte dei conti Ue, sulle terre rare in particolare la capacità estrattiva europea è ben lontana dall’obiettivo di coprire da sola il 10% del fabbisogno dell’Unione. Sul riciclo siamo appena a metà strada e sul fronte della raffinazione al 24% contro un obiettivo del 40% da centrare antro il 2030. Quando alla diversificazione dei fornitori, per le terre rare restiamo dipendenti dalla Cina per più del 90%. “Il Critical Raw Materials Act è un bel sogno, sicuramente nella giusta direzione, ma tutt’altro che immediato”, riflette Maurizio Mazziero, analista finanziario e autore, insieme al giornalista Paolo Gila, di ‘Geopolitica delle terre rare’ (Hoepli, 2026). Da questo punto di vista, suggerisce, “la proposta Usa è un autobus sul quale oggi conviene salire”, per valutare in futuro “quale sarà la fermata dove scendere”, a seconda dei progressi che l’Europa sarà riuscita a fare nel frattempo verso la propria autonomia. Nonostante la fissazione di dazi e prezzi minimi possano comportare costi maggiori per le aziende europee? “Da soli non ce la facciamo: sul fronte esplorativo ed estrattivo la strada è lunga e una volta individuato un deposito, per rendere operativa una miniera ci vogliono 18 anni“, spiega. “In questo momento il problema non è quanto le paghi, ma riuscire ad averle quando ti servono”. L’accordo atlantico sarebbe dunque un’opzione più sicura rispetto all’ipotesi di continuare a dipendere da Xi Jinping che, ricorda Mazziero, ha già fatto dumping vendendo a prezzi tali da far fallire alcune miniere occidentali.

Ma non è tutto. Praticamente in contemporanea, gli Stati Uniti hanno annunciato anche il Progetto Vault, un piano per creare una riserva di terre rare, da stoccare in vista di possibili interruzioni delle catene di approvvigionamento, con un finanziamento di 12 miliardi di dollari: 10 dalla Export-Import Bank e 2 da capitali privati. Che possa davvero trattarsi di una garanzia anche per l’accordo con Ue e Giappone non è scontato, anzi. Intanto Trump ha detto che servirà a “garantire che le imprese e i lavoratori americani non siano mai danneggiati da eventuali carenze”. Né si è parlato, rispetto al memorandum d’intesa, di un possibile accesso allo stoccaggio americano da parte dei partner. Non a caso l’Ue sta portando avanti “piani autonomi di stoccaggio”, ricorda Alberto Prina Cerai, Research Fellow presso l’Osservatorio di Geoeconomia dell’Ispi. E, ragiona, non si può escludere che la domanda artificiale creata dalla riserva Usa alteri i prezzi a danno delle industrie civili europee come l’automotive o le rinnovabili. L’ingente investimento, a fronte di un’importazione Usa che è in realtà piuttosto modesta, suggerirebbe che “lo stoccaggio guarda al progetto di rientro delle produzioni strategiche, in particolare quelle connesse alla difesa o all’aerospazio”, non al memorandum. Come già in passato, simili riserve rispondono “a priorità federali” che favoriscono il “complesso militare industriale americano”, includendo liste prioritarie di aziende che a quel sistema specifico appartengono.

Di sicuro c’è che il Giappone ha già dimostrato di essere in grado di ridurre la propria dipendenza dalla Cina e che gli Stati Uniti stanziano miliardi per fare scorte in vista di necessità o chissà, di futuri conflitti. Mentre il finanziamento Ue per l’estrazione e la trasformazione è “appena all’inizio” e “distribuito in maniera frammentata”, ha scritto la Corte dei conti Ue. Il rischio è che l’Europa entri nell’accordo come un partner non alla pari. “Per gli Usa la Cina è un rivale sistemico, ma per l’Europa”, aggiunge Prina Cerai, “su certi dossier c’è più compatibilità di interessi con la Cina”. E invita a considerare “il beneficio avuto nell’importare prodotti finiti soprattutto per quanto riguarda le tecnologie rinnovabili: le forniture cinesi sono spesso più appetibili”. E contemporaneamente la “divergenza abbastanza palese e strutturale tra quello che serve all’Ue e quello che invece serve agli Stati Uniti”. Come fare, dunque, per trasformare l’accordo nell’autobus di cui parla Mazziero? L’accordo dovrebbe servire a “creare filiere effettivamente integrate tra i partner, evitando di favorire solo le aziende americane come accaduto ai tempi di Biden con l’Inflation Reduction Act, che infatti generò tensioni con l’Ue”, suggerisce Prina Cerai, che tuttavia rimane scettico. L’Unione, ha però confermato il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sull’autobus è intenzionata a salirci, con la prospettiva di ristabilire filiere di produzione e raffinazione interne all’asse occidentale per recuperare il terreno perso nei confronti della Cina. Ma salire non basta. Ci vuole la forza di condizionare la direzione e, come auspica Mazziero, di decidere quando è ora di scendere.

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