Ho letto il volantino di Gioventù Nazionale. Io con ragazzi che usano parole del genere ci vorrei parlare
“La nostra generazione sembra sempre più disinteressata a ciò che la circonda. Ma se domani vogliamo vivere in un Mondo dignitoso, è ora il momento di prendere posizione. Abbandona l’indifferenza”. Così si conclude il volantino che i militanti di Gioventù Nazionale stanno distribuendo in questi giorni davanti alle scuole (questo in particolare davanti al Copernico di Torino). Io con giovani che adoperano parole del genere ci vorrei parlare.
Sono parole che sento anche mie, profondamente. Sembra quasi che evochino quelle di Antonio Gramsci e Piero Gobetti contro gli indifferenti, “zavorra della storia”, quelle di don Lorenzo Milani che insisteva sul bisogno di “prendersi cura” e pure lui ce l’aveva con gli indifferenti, “a che vale avere le mani pulite se te le tieni in tasca!”.
Precisamente cinquant’anni fa, nel 1976, l’allora segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, scriveva ai giovani italiani e li esortava con parole che non sembrano distanti dalle le vostre: “Per contro, però, da tutto questo nasce anche il desiderio struggente (e insieme, sempre di più, la volontà determinata e consapevole) di cambiare, cioè di vivere in modo diverso, di vivere – possiamo dire con una parola – sereni. Vivere, intendiamo dire, faticando, lavorando, studiando, battagliando: ma sereni. Questo vuol dire, cioè vivere con la consapevolezza che la vita ha riacquistato un senso, che c’è qualcosa in cui vale la pena di credere, che ci sono degli scopi degni di essere raggiunti e che si è ristabilita una solidarietà fra gli uomini che consente loro di lavorare insieme, per dei fini di cui tutti riconoscono la validità”.
Il “senso” di cui parla Berlinguer, capace di generare una “serenità” che non ha nulla a che fare con il quieto vivere, ma con il comune impegno per trasformare il Mondo, assomiglia a ciò che scrivete nel paragrafo precedente intitolato “Spirito e materia”: “Meglio una serata con la comunità lavorando fianco a fianco sul futuro, che sul divano davanti a Netflix”. La parola “comunità” poi la usate spesso ed è pure questa una parola cara: ha a che fare con il sentirsi partecipi di uno stesso destino, ha a che fare con la solidarietà che nasce tra chi cammina insieme ed insieme festeggia i successi, sopporta le fatiche, elabora i lutti e le sconfitte.
Parlate anche di Europa nel vostro volantino: “I popoli del vecchio continente condividono radici profonde, fatte di tradizioni, scienza, filosofia, politica, religione e molto altro” ed anche questa parola, Europa, è generatrice di movimento: quante volte sono stato con centinaia di giovani, lì dove in epoca recente, è stata rigenerata l’idea stessa di Europa come convivialità tra differenze: Ventotene, l’isola spazzata dal vento, dove confinati dal fascismo, ebbero il coraggio del futuro Spinelli, Rossi, Colorni.
Infine criticate la “globalizzazione”, che ha ridotto l’essere umano a consumatore, e come non avvertire insieme a voi, il rischio alienante incorporato in questa condizione esistenziale, che lega il valore della persona alla sua capacità di acquisto. Se fosse possibile parlare con voi allora, vi farei delle domande per capire come mai, nonostante queste parole che ci accomunano, sembra allargarsi giorno dopo giorno il solco che ci divide, che divide in modo sempre più pericoloso coloro che stanno a destra e coloro che stanno a sinistra. “La globalizzazione si rende responsabile ogni giorno di più della morte della specificità e delle identità nazionali”, scrivete ancora. Perché pensate che la colpa peggiore della globalizzazione sia questa e non piuttosto quella di accrescere le diseguaglianze tra le persone?
A me l’accumulazione capitalistica sfrenata preoccupa perché alimenta sacche sempre più grandi di “umanità di scarto” come le definiva papa Francesco, avvelena porzioni sempre più grandi di Terra, contribuendo in modo decisivo alla crisi climatica ed alla espulsione di milioni di esseri umani dai propri paesi. “La globalizzazione rende sempre più difficile distinguere uno statunitense, da un francese, da un italiano, da un inglese” scrivete. Ma perché è così importante distinguere un francese da un italiano? A me pare molto più preoccupante che la globalizzazione renda sempre più difficile distinguere tra vittime e carnefici, che renda sempre più difficile distinguere tra diritti umani universali e privilegi di alcuni, tra coloro che si battono per avere giustizia e chi le reprime proprio in nome dell’ordine necessario a far funzionare i mercati.
“Conservare la nostra identità, espressione di una Patria, che ha sulle spalle millenni di civiltà”, scrivete. Io mi sento italiano ed avverto dentro di me il sedimento di quei millenni, ma mi sforzo da una vita per discernere cosa di quel patrimonio, che fa patria, serva a liberare dall’abuso o cosa al contrario rappresenti la calcificazione profonda di un abuso perpetrato per generazioni: cosa pensate del “patriarcato” inteso come pretesa dei maschi di controllare la vita delle donne?
Non so voi, ma io ne ho visto un riflesso persino nella vicenda che ci ha tenuto con il fiato sospeso per giorni: il volto di Giorgia Meloni dipinto nella Chiesa di San Lorenzo in Lucina. Uomini che fanno e disfano a loro piacimento, lasciando la donna sullo sfondo, oggetto di contesa. Ancora.
