Sindacati contro il decreto sulla parità salariale. Cgil: “Arretramenti evidenti”. Uil: “Direttiva europea non rispettata”
Sindacati critici sul testo del decreto con cui il governo Meloni punta a recepire la direttiva europea sul rafforzamento della trasparenza sui salari per contrastare il gender pay gap. Per le segretarie confederali della Cgil Francesca Re David e Lara Ghiglione, il testo approvato dall’esecutivo “non conferma in tutte le sue parti l’impianto innovativo annunciato dal Governo nel percorso di attuazione della Carta sociale europea e risulta peggiorativa rispetto alla prima bozza successiva all’incontro con le parti economiche e sociali il 2 febbraio”. Ivana Veronese e Vera Buonomo della Uil concordano: “Il decreto non è all’altezza né delle aspettative né delle sfide che sarebbe chiamato ad affrontare”. E avvertono che ci sono “tutte le condizioni perché l’Europa apra una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese”.
Per la Cgil la bozza riduce l’ambito di applicazione della direttiva, “escludendo apprendistato, lavoro domestico, collaborazioni continuative e non esplicita le diverse forme di lavoro subordinato”. In sostanza, “non include il lavoro autonomo quando regolato dalla contrattazione collettiva”. Non solo: “Il rimando alla contrattazione collettiva avrebbe dovuto riferirsi sempre a quella agita dai soggetti comparativamente più rappresentativi e non al generico contratto collettivo applicato in azienda che rischia di favorire contratti in dumping e peggiorare le condizioni di lavoro”. Invece “in diversi passaggi chiave del testo essa viene chiamata in causa solo in assenza di un contratto collettivo applicato dal datore di lavoro, apparentemente del tutto sganciato da criteri di maggiore rappresentatività dei soggetti firmatari”. Si tratta di “arretramenti evidenti”, che “si registrano anche sulle tempistiche relative al monitoraggio del divario retributivo: l’obbligo annuale di comunicazione è ora limitato alle imprese con almeno 250 addetti, mentre per quelle tra 100 e 249 addetti è previsto solo ogni tre anni, soglie considerate troppo elevate per il contesto produttivo italiano”.
Rilievi simili dalla Uil. “Prima di tutto rileviamo l’esclusione di lavoratori e lavoratrici apprendisti, intermittenti e del settore domestico. Ma ciò che colpisce maggiormente – fanno notare le rappresentanti della sigla – è il disallineamento che si crea rispetto a uno strumento che il nostro ordinamento già prevede, con finalità molto simili: il Rapporto biennale sulla situazione del personale maschile e femminile“. Si tratta di un documento obbligatorio che le aziende con più di 50 dipendenti devono presentare ogni due anni. “Invece il nuovo adempimento non sarà richiesto alle aziende sotto i 100 dipendenti, avrà cadenza triennale sotto i 250 e, soprattutto, per le imprese con meno di 150 dipendenti scatterà solo a partire dal 2031“. Una differenza di trattamento difficile da spiegare: “Nel frattempo, alle lavoratrici di quelle aziende che già oggi subiscono discriminazioni salariali cosa dovremmo dire? Di pazientare e aspettare il proprio turno per vedere riconosciuto un diritto fondamentale come la parità retributiva?”
Bocciata poi “l’impostazione contenuta in diversi articoli laddove si consente di assumere come riferimento qualsiasi contratto applicato dal datore di lavoro o perfino sistemi classificatori aziendali”. Scelta che “legittima contratti non rappresentativi, indebolisce le tutele e rischia di mettere in discussione definitivamente lo scopo della direttiva in merito alla valutazione del lavoro di pari valore”. Per la Uil, “non ci sono ambiguità: ogni comparazione retributiva deve basarsi esclusivamente sui Ccnl nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative”. Secondo la confederazione, se il decreto “non verrà modificato, crediamo che ci siano tutte le condizioni perché l’Europa apra una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese”.