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Scontri Torino, la gip sugli arrestati: “Guerriglia urbana” preceduta da un’azione “evidentemente preordinata e organizzata”

La giudice - che ha disposto i domiciliari per il presunto aggressore di un poliziotto - ha anche fatto cenno alla "brutale aggressione" subito da una troupe della Rai. Per i due scarcerati con obbligo di firma la giudice sottolinea che non si sono allontanati mentre era in atto la devstazione
Scontri Torino, la gip sugli arrestati: “Guerriglia urbana” preceduta da un’azione “evidentemente preordinata e organizzata”
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Come in un film sono i fotogrammi di foto e video che vengono allineati uno dopo l’altro e ricompongono “l’impressionante livello di violenza, devastazione e complessivo disastro, registrato a partire dal momento in cui un gruppo di manifestanti violenti si staccava dal corteo organizzato e avviava lo scontro con le forze dell’ordine lungo Corso Regina Margherita”. Ed è da queste immagini, dalle denunce dei due agenti, dalle parole degli indagati che partono le tre ordinanze emesse dalla giudice per le indagini preliminari di Torino, Irene Giani, che ha disposto i domiciliari per il presunto aggressore di un poliziotto e l’obbligo di firma per gli altri due indagati.

“Viene dato atto dagli operanti del fatto che i facinorosi, a riprova della loro capacità di muoversi in maniera strutturata in contesti di scontro di piazza, avanzavano verso i blocchi secondo schemi operativi tipici della ‘guerriglia urbana’, con cosiddette “azioni a elastico” (avvicinamento ostile e veloce allontanamento) eseguite contestualmente su più fronti, danneggiando cose e creando una cortina fumosa funzionale a superare i reparti schierati a difesa del presidio preso di mira” riflette la gip. Che indica in 1500 il numero dei “facinorosi”, autori della coltre di fumo “con azione evidentemente preordinata e organizzata” per poter indossare maschere, caschi e passamontagna. Ed è in questa fase che avviene anche “una preoccupante aggressione” ai giornalisti.

L’aggressione all’agente

Tra lanci di pietre, bottiglie, razzi, bombe carta, pezzi di selciato e cartelli stradali arriva il momento della “brutale aggressione” all’agente Alessandro Calista. Per il 22enne, accusato di essere tra gli aggressori del poliziotto, sono stati disposti gli arresti domiciliari. L’agente veniva “isolato e accerchiato da un gruppo di oltre dieci soggetti, e vergognosamente colpito con calci, pugni, e con l’uso di un martello, riuscendo infine a mettersi in salvo” grazie all’intervento di un collega. Calista ha raccontato a verbale di essere stato “spinto e afferrato, nonché preso a calci alle spalle…”. Tra i dieci era stato identificato anche un ragazzo con “una giacca a vento rossa… una coppola verde, i jeans chiari”.

Angelo Francesco Simionato, incensurato denunciato in passato per imbrattamento, spaccio e favoreggiamento, porto d’armi, concorso in furto aggravato, si è avvalso della facoltà di non rispondere ma ha voluto dichiarare al gip: “Procedevo nella folla, stavo scappando e più volte ho visto un celerino dietro di me; mi sono girato, ho visto il poliziotto a terra; ho visto le persone che erano su di lui e mi sono allontanato. Non ho spinto nessuno“.

Per la gip ci sono indizi a suo carico, ma l’indagato non risulta legato a gruppi organizzati violenti o antagonisti, né è mai emerso “quale autore di atti della medesima indole nel corso di precedenti manifestazioni o cortei”. Inoltre la giudice sottolinea che il giovane “non era travisato, non era in possesso di strumenti di protezione (quali scudi o caschi), dimostrando anzi una certa ingenuità operativa come attestato dalla scelta di indossare indumenti sgargianti, che con facilità ne consentivano l’immediato riconoscimento”. Certo è che come si vede nel video di 24 secondi che il 22enne è stato “immortalato in diversi frangenti nell’atto di compiere allarmanti azioni violente nei confronti delle forze di polizia, così da dare prova di una particolare convinzione delittuosa o quantomeno di una preoccupante insensibilità rispetto alle regole del vivere comunitario”.

Gli altri due indagati

Sulla posizione di Matteo Campaner, 35 anni, sottoposto all’obbligo di firma, la gip ricorda l’incensuratezza, il fatto che non avesse armi, né caschi o passamontagna. Durante l’interrogatorio l’uomo ha dichiarato che considerava le azioni “gravissime e vergognose”, di essersi trovato in mezzo a “disastro avviato… Mi sono ritrovato in questa situazione dal nulla. Per la giudice sussistono comunque i gravi indizi perché Campaner non è riuscito a spiegare perché non si sia allontanato dagli scontri ma anzi ad “avanzare a una distanza di appena 250 metri dalla sede di Asakatasuna” e a restare nell’area “mentre era in atto una brutale guerriglia urbana che vedeva coinvolti manifestanti armati e travistati, intenti nel lancio di corpi contundenti contro le forze dell’ordine, tra i fumi di materiali esplodenti, lacrimogeni e cose incendiate”.

Campaner avrebbe quindi lanciato sassi e petardi contro la polizia e una volta bloccato “opponeva resistenza“. Dall’altra parte la gip ricorda che “non risulta militare in gruppi armati”, né coinvolto prima in “episodi violenti”. L'”atteggiamento critico verso ogni forma di violenza” durante l’interrogatorio e il fatto che nessun agente sia rimasto ferito a causa delle sue azioni, ha portato la gip a disporre l’obbligo di firma.

Stessa decisione per Pietro Desideri che durante l’interrogatorio ha ammesso di essere stato in prima linea con la frangia di manifestanti violenti, ma ha negato di aver lanciato pietre e oggetti. Il 32enne ha dichiarato di aver visto una persona a terra e di aver chiesto ai poliziotti di non picchiarla, ma di essersi “ritrovato a terra, a difendermi dalle decine di manganellate”. La gip rileva però che in questo caso già da un’ora erano in corso le violenze e che l’uomo era in prima fila, mentre gli altri manifestanti “già da tempo avevano abbandonato il percorso autorizzato…”, la sua “presenza” ha quindi aumentato il numero di facinorosi. La “scelta di rimanere all’interno di quel contesto di battaglia, non arretrando e non dissociandosi da tale forma di protesta ormai degenerata, anzi prendendovi parte attivamente con il lancio di corpi contundenti” ha contribuito alla realizzazione del reato.

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