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“Sulle liste d’attesa ancora nessun beneficio per i cittadini. Quasi due anni dopo mancano ancora due decreti attuativi”

È quanto emerge dalla terza analisi indipendente della Fondazione Gimbe. E il 30% delle prestazioni viene fatto a pagamento negli ospedali pubblici
“Sulle liste d’attesa ancora nessun beneficio per i cittadini. Quasi due anni dopo mancano ancora due decreti attuativi”
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Sono passati 18 mesi da quando, in piena campagna elettorale per le Europee dell’estate 2024, il governo Meloni annunciava un piano per combattere le liste d’attesa. Vennero lanciati ben due provvedimenti. Uno di respiro più ampio, affidato a un disegno di legge, che avesse effetto sul lungo periodo. Una sorta di piccola riforma del Servizio sanitario nazionale, attualmente al vaglio della commissione Affari Sociali alla Camera, senza che da luglio se ne abbiano più notizie. E uno di carattere urgente, quindi affidato a un decreto legge, con gli interventi da applicare subito. Ma a un anno e mezzo di distanza, questo provvedimento – che già alla sua nascita aveva fatto sorgere molti dubbi a sindacati e osservatori indipendenti – non ha portato benefici ai cittadini. Due decreti attuativi su sei ancora non sono stati approvati, né hanno una scadenza precisa. Inoltre, la piattaforma di monitoraggio, una delle novità su cui l’esecutivo puntava di più, utilizza ancora indicatori opachi, che non consentono di capire né quali siano le prestazioni che accumulano più ritardi, né dove si concentrino le maggiori criticità. Le liste di attesa restano lunghissime. E chi non rinuncia a curarsi – oltre un italiano su dieci -, è sempre più spesso costretto a rivolgersi al privato: le famiglie italiane sono tra quelle che pagano di più di tasca propria per la loro salute in tutta Europa.

È quanto emerge dalla terza analisi indipendente della Fondazione Gimbe sul dl 73/2024, che prende in esame i dati disponibili sulla piattaforma di monitoraggio. Questa, nel 2025, ha raccolto informazioni su quasi 57,8 milioni di prestazioni: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Ma nonostante la mole imponente dei numeri, i dati sono di difficile lettura, poiché aggregati solo a livello nazionale, senza fare differenza tra le singole Regioni. Così come manca del tutto la possibilità di confrontare le aziende sanitarie, o di comparare i risultati delle strutture pubbliche e di quelle private accreditate. Inoltre, non è possibile fare alcuna distinzione tra le prestazioni erogate in regime Ssn e quelle in intramoenia. “Dopo fiumi di annunci, il decreto sulle liste d’attesa non ha ancora prodotto alcun beneficio concreto”, commenta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Per il presidente, l’analisi serve per “tracciare un confine netto tra promesse e realtà, anche al fine di allineare le aspettative dei cittadini, alle prese con tempi di attesa interminabili”.

Sul piano normativo, il decreto resta incompiuto. Dei sei decreti attuativi previsti, solo quattro risultano pubblicati. Ne mancano due, entrambi senza una scadenza definita: quello sulla nuova metodologia per stimare il fabbisogno di personale del Ssn, cruciale perché condiziona le assunzioni, e quello che dovrebbe fissare le linee di indirizzo nazionali per la gestione dei Cup, comprese le disdette e l’ottimizzazione delle agende. “Il primo è fermo per la mancata approvazione della metodologia Agenas, il secondo non è neppure calendarizzato”, spiega Cartabellotta. Per quanto riguarda la piattaforma, lanciata a giugno 2025, i limiti – e i ritardi – sono evidenti: Agenas aveva annunciato una versione 2.0 entro fine anno, con dati consultabili per Regione e tipologia di struttura, e una versione 3.0 in tempo reale per il 2026. Ma, ad oggi, la versione pubblica è ancora quella iniziale: solo dati nazionali aggregati, con i quali è impossibile capire dove si concentrino le criticità.

Di fatto, contesta Gimbe, gli indicatori utilizzati dalla piattaforma edulcorano i problemi: vengono monitorate 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici, classificati per priorità. Ma il rispetto dei tempi di attesa viene riportato attraverso mediane e quartili, indicatori tecnici che tendono a “smussare” le criticità. “Manca l’informazione fondamentale – sottolinea Cartabellotta-. Non si capisce per ogni prestazione quale sia la percentuale erogata entro i tempi massimi previsti”. E c’è un altro dato che emerge indirettamente dalla piattaforma: tutti gli indicatori sui tempi di attesa escludono le prestazioni in intramoenia (ovvero le prestazioni a pagamento che vengono fatte negli ospedali pubblici). Confrontando i volumi complessivi, Gimbe stima che circa il 30% delle prestazioni venga erogato proprio in questo regime. Una conferma del legame tra liste d’attesa e spesa privata.

Infine, Gimbe sottolinea il fatto che la piattaforma non fornisce alcuna indicazione su cosa fare quando i tempi massimi non vengono rispettati: nessuna guida, nessun riferimento a strumenti di tutela. Una condizione che priva il cittadino delle informazioni necessarie minime per far valere i suoi diritti, in un Ssn fortemente sottofinanziato. “Le liste d’attesa sono il sintomo del progressivo indebolimento della sanità pubblica – conclude Cartabellotta -. Senza investimenti strutturali sul personale, riforme organizzative e una vera trasformazione digitale, il decreto rischia di restare una promessa mancata. Con un effetto concreto: milioni di cittadini esclusi, in silenzio, dal diritto alla tutela della salute garantito dalla Costituzione”.

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