Stellantis: “L’Algeria? Nuove opportunità per le aziende dell’indotto”. Ma Pwc avvisa: “Una su 4 in distress finanziario”
Una “opportunità di business”, non una delocalizzazione. Con quali risorse resta da capire, visto che il 27% delle aziende dell’indotto, secondo un rapporto di Pwc, è in “distress finanziario”, strozzata da volumi in calo con margini ridotti e fatturato contratto mentre gli investimenti sono stati alti. Nel giorno del faccia a faccia tra Stellantis e le aziende piemontesi della componentistica auto per invitarle ad aprire proprie filiali in Algeria, a supporto della fabbrica di Tafraoui dove il gruppo franco-italiano sta portando avanti importanti investimenti, si accende un faro sulla manovra tentata dalla multinazionale controllata da Exor della famiglia Agnelli-Elkann. Ad avviso di Stellantis, l’incontro con i propri fornitori può aprire “nuove opportunità di business”, mentre i suoi investimenti in Italia latitano.
“Il Nord Africa non è in competizione”
“L’incontro svoltosi oggi non ha nulla a che fare con delocalizzazioni o produzioni realizzate in Algeria per essere esportate in Europa, ma si tratta di un modello di produzione sul mercato algerino per il mercato algerino”, sostiene Stellantis escludendo che l’ecosistema industriale che intende implementare in Nord Africa sia in competizione con quello europeo.
Incentivi locali e manodopera a basso costo
Si tratta tuttavia delle stesse aziende che negli ultimi anni hanno patito più di tutte la contrazione della produzione del gruppo in Italia, fino al record negativo di 213mila vetture sfornate nel 2025, mai così poche dal 1954. Insomma: il comparto in questo momento non ha grandi risorse per investire e, spingere verso l’Algeria, lasciando immaginare incentivi locali e costi certamente bassi per la manodopera, rappresenta un rischio per le fabbriche italiane.
Pwc: “Italia mercato a bassa produzione”
Anche perché i volumi ridicoli dell’ultimo biennio si sono tradotti, secondo un’analisi di Pwc, in un momento delicatissimo che risente anche del contesto stagnante di vendite in Europa: “Nel 2025 la filiera della componentistica ha subito gli effetti della contrazione dei volumi di produzione di veicoli in Europa ed in Italia, ai minimi storici – si legge nel rapporto – La produzione di veicoli continua a spostarsi dall’Europa verso la Cina, l’India e il Sud-Est asiatico configurando l’Italia come mercato a bassa produzione locale ed elevata incidenza di autovetture importate”.
Lo studio: fatturato giù del 15%
I risultati? Secondo Pwc, tra i primi 315 operatori della componentistica automotive italiana, il mercato ha registrato un calo del fatturato del 15% rispetto al picco del 2023, con una marginalità in ulteriore contrazione rispetto al 2024, dovuta principalmente alla difficoltà nell’assorbire i costi fissi a seguito del calo dei ricavi. Così ad oggi il 27% delle aziende, sostiene Pwc, è in distress finanziario. Esistono profitti solidi, specifica la multinazionale della consulenza, “per chi punta sull’aftermarket e sul mercato dei veicoli pesanti”.
Le fusioni come strumento per sopravvivere
Per il futuro, Pwc vede numerose operazioni di acquisizione o fusione trainate da investitori e buyer stranieri. La posizione di Stellantis, tra l’altro, secondo i sindacati resta un suggerimento ad “abbandonare il territorio” invece di “difendere e rilanciare l’eccellenza manifatturiera locale”. In una lettera-appello alle aziende dell’indotto firmata da Fim, Fiom, Uilm, Fismic, Uglm e Associazione Quadri, si ricorda che negli ultimi anni sono già state perse 500 aziende e 35.000 posti di lavoro: “Non è solo una statistica, ma una ferita aperta nel nostro tessuto sociale”.
I sindacati chiedono responsabilità
Così oggi – proseguono – “migliaia di noi vivono nell’incertezza, tra salari ridotti dalla cassa integrazione e la mancanza di un piano industriale di lungo respiro. Questo declino è stato accelerato dal progressivo disimpegno di Stellantis, che ha dirottato risorse e modelli strategici verso altri poli produttivi, privando Torino del suo ruolo centrale”. Da qui la richiesta: “Un’assunzione di responsabilità: il futuro di Torino si costruisce restando qui, valorizzando il lavoro e restituendo dignità a chi, con fatica, continua a sostenere l’economia di questa provincia”.