“Purtroppo è uno schema che si ripete, ma in questo contesto è ancora più dannoso e pericoloso perché finisce col giustificare quella democrazia del controllo e della sorveglianza, che è tanto cara alla tecnodestra americana, che ci ha invaso già da anni e che questo governo, mi sembra, stia portando avanti”. Sigfrido Ranucci interviene a In altre parole (La7) sugli scontri di Torino avvenuti durante la manifestazione nazionale contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Il momento più grave si è registrato quando un agente di polizia, Alessandro Calista, è stato accerchiato e colpito con calci, pugni e almeno tre martellate mentre era a terra.
Ranucci avverte che gli scontri finiscono ciclicamente per rafforzare una logica securitaria anziché affrontare le cause delle tensioni sociali: “In questo modo si giustificano dei meccanismi ancora di maggior controllo, cioè più repressivi, mentre invece qui bisognerebbe avere la lucidità e la forza di dire a tutti: diamoci una calmata”.
Nel corso del confronto in studio, Massimo Gramellini richiama le parole della presidente del Consiglio, che ha definito i responsabili delle violenze “nemici dello Stato”. La replica di Ranucci sposta il fuoco sulla responsabilità delle istituzioni: “Veramente io credo che la maggior parte di questi lo Stato li conosca. Bisogna chiedersi perché il governo non si è intervenuto prima, anche solo per evitare un sospetto, e cioè che questi scontri servano a giustificare quel meccanismo della sorveglianza, ma anche un altro sospetto, e cioè che si rovini quella parte sana che ha partecipato a queste manifestazioni con motivi, con ragioni serie“.
Il giornalista insiste sulla necessità di non cancellare il senso della protesta dietro le violenze, rivendicando la legittimità di una domanda sociale che rischia di essere travolta dalla deriva degli scontri: “Vorrei invece che si portassero avanti quelle istanze delle persone più sane che hanno ragione di protestare, di avere dei luoghi di incontro, di raccolta, di socialità, che effettivamente manca”.
Quando Gramellini cita le parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che parla di “squadristi rossi” e annuncia nuove norme, Ranucci torna sul punto centrale della sua analisi: “È quello che ho anticipato io poco fa, quegli atti di violenza nelle manifestazioni giustificano poi meccanismi di sorveglianza. Secondo me, ci sarà una stretta ulteriore sul controllo. Io non so quali elementi abbia Piantedosi per dire che sono squadristi rossi. Per me sono dei criminali e delinquenti”.
Ranucci esprime, infine, vicinanza all’agente aggredito a Torino. “Voglio dare solidarietà alla polizia, tra il resto io ho la scorta della polizia di Stato. Ora, io credo che questo Stato abbia gli strumenti per sapere chi sono queste persone violente”, osserva, richiamando episodi precedenti come l’assalto alla sede della Cgil e sostenendo che la violenza politica non sia un fenomeno imprevedibile.
Il nodo, per Ranucci, resta quello della prevenzione. “Queste cose bisognerebbe prevenirle prima – ribadisce – Poi alla fine questi scontri, alimentati da determinate anche politiche, dalla mancanza di osservazione delle esigenze sociali, non fanno che giustificare i meccanismi di controllo”.