Perché considero la lectio magistralis di Panetta (Bankitalia) all’Università di Messina un’occasione persa
La stampa ha dato un certo risalto alla lezione magistrale del governatore di Bankitalia, Fabio Panetta. Il tema svolto nel discorso inaugurale all’Università di Messina era molto impegnativo, anche se piuttosto tradizionale, Investire nel futuro: giovani, innovazione e capitale umano. Nel leggere le riflessioni del Governatore ho provato però un senso di delusione.
In primo luogo, perché Panetta si è limitato a evidenziare problemi ben noti, senza alcuna nuova proposta. Inoltre, ha dato una lettura abbastanza tradizionale del tema che probabilmente andrebbe un po’ aggiornata.
Nella prima sezione il Governatore ha messo in evidenza che il problema numero uno per l’Italia è la bassa produttività economica che ristagna, addirittura da un quarto di secolo. Di conseguenza, dal 2000 i salari in Italia sono rimasti fermi, mentre ad esempio in Germania sono cresciuti del 21%. Il Governatore non è passato poi ad esaminare, come auspicabile, le cause di questo palese declino economico, ma si è limitato a osservare che negli ultimi anni i salari sono stati tenuti a galla dalla politica fiscale, cioè dal debito pubblico e dalla politica.
Un tempo i Governatori temevano il debito pubblico come la peste, ora invece si complimentano per i suoi effetti con un cambiamento netto di opinione, anche se, ovviamente, questi effetti non possono che essere effimeri.
Se è vero che l’innovazione richiede un’ampia disponibilità di capitale umano, sia pratico che teorico, le riflessioni del Governatore non hanno offerto molti spunti nuovi di analisi, né dal lato dell’offerta e nemmeno dal lato della domanda.
Dal lato dell’offerta, segnalare che lo Stato italiano spende poco per la ricerca è un fatto noto e arcinoto. La circostanza nuova è che oggi il baricentro della ricerca di punta si sta spostando dal pubblico al privato. L’innovazione nei campi nevralgici dell’economia, come quello medico o informatico, è finanziata da giganteschi quasi-monopoli privati.
La privatizzazione delle spese per la ricerca e sviluppo è la nuova dimensione dell’innovazione. Una privatizzazione peraltro anomala, e potremmo parlare di una privatizzazione parassitaria perché golosa di risorse pubbliche. Le grandi aziende che innovano sono pesantemente sostenute dalla finanza pubblica, in primo luogo attraverso i sussidi e i crediti d’imposta che vengono generosamente concessi. Lo Stato poi rinuncia anche agli introiti fiscali, visto che le multinazionali dell’innovazione hanno sede nei paradisi fiscali, o godono di molte scappatoie.
Ma su questo processo di privatizzazione dell’innovazione sostenuta con i soldi pubblici il governatore non ha speso una parola, come se fossimo ancora negli anni Sessanta del citato premio Nobel, l’economista Theodore Shultz. Da allora il mondo dell’innovazione che spinge la crescita economica è cambiato. Se oggi l’avventura spaziale è guidata, a spese nostre, da un miliardario e non dalla Nasa, una differenza, e non in positivo, ci deve pur essere.
Guardando il lato della domanda, anche il Governatore non ha potuto fare a meno di notare che il rendimento della laurea è notevolmente diminuito nei decenni. Gli economisti chiamato il reddito aggiuntivo degli studi come il “premio” dell’istruzione. Questo premio si è ridotto nel tempo per tante ragioni, ma soprattutto perché è aumentato, in proporzione, il numero dei laureati. L’aumento dell’offerta ne ha inevitabilmente fatto scendere il valore.
Oggi la laurea, in generale, è condizione necessaria, ma non sufficiente per raggiungere una buona posizione economica. Sulle statistiche dei laureati, poi, bisognerebbe trovare un accordo. I laureati in Italia sono in percentuale minore semplicemente perché altri Paesi, come ad esempio Francia e Spagna, hanno disegnato dei precorsi di formazione post-diploma biennali che statisticamente rientrano nell’educazione terziaria, e quindi di tipo universitario, ma lauree in senso tradizionale non sono. E’ quello che Valditara sta malamente copiando anche da noi con scarsissimo successo.
Se poi, alla fine, alcuni laureati vanno all’estero, la risposta è già data dalla stagnazione dei salari e dovrebbe essere, però, anche un motivo d’orgoglio perché vuol dire che la formazione in Italia è di buon livello.
Anche le brevi conclusioni finali sono da anni Sessanta, con l’invito agli Stati di spendere di più in istruzione, e agli individui di accumulare più capitale umano. Servirà questo vago richiamo a fare di più in questo campo per rilanciare la produttività italiana, trattenere i giovani laureati e avvicinarsi alla frontiera dell’innovazione?
Dal responsabile della Banca d’Italia era lecito aspettarsi qualcosa di più incalzante. Senza nuove idee e proposte audaci è difficile uscire dal circolo vizioso di scarsa innovazione e conseguente modesta produttività nel quale siamo intrappolati da decenni. Probabilmente il Governatore ha perso un’occasione per strigliare una classe politica che considera, ancora nel 2026, la spesa per l’istruzione più un costo che un’essenziale risorsa produttiva.