Separazione delle carriere, bavagli e stop intercettazioni: tutte le leggi del governo Meloni che realizzano il sogno di Berlusconi
Silvio Berlusconi era il leader indiscusso. L’uomo che dettava la linea sulla Giustizia pro domo sua e degli amici. Ora che non c’è più, gli eredi politici seguono la via tracciata, realizzano sogni suoi con tanto di dedica. E Giorgia Meloni, diventata presidente del Consiglio, proprio come lui, sta dimostrando di essere l’allieva all’altezza del maestro. Anzi, per molti versi lo supera. L’obiettivo di questo governo di centrodestra con un ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ex magistrato e un potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, magistrato fuori ruolo, è di riuscire laddove Berlusconi ha fallito non certo per colpa sua e di Forza Italia ma, i paradossi della vita, per le “bizze “dei suoli alleati di allora, Lega e Alleanza Nazionale, oggi Fdi. “Panta rei”, diceva Eraclito e allora le “bizze” sulla giustizia sono acqua passata. Oggi il centrodestra è a un passo, se al referendum vinceranno i Sì, di realizzare anche la separazione delle carriere di pm e giudici, che in realtà è ben altro. È la riforma costituzionale che apre, di fatto, a mettere sotto il tacco del governo di turno i magistrati. Vale dunque la pena mettere in fila le leggi che questa maggioranza, senza fiatare, ha approvato in Parlamento, facendo quasi sempre copia e incolla dei ddl governativi o mettendo in atto gli input di Palazzo Chigi.
La giustizia a doppia velocità
L’idea della giustizia forte con i deboli e debole con i forti emerge già dal primo atto del governo Meloni: il decreto dell’ottobre 2022 “anti Rave”, contiene anche la riforma (obbligata dalla pronuncia della Corte costituzionale) sulla fine dell’ostativo assoluto ai benefici carcerari per i mafiosi che non hanno mai collaborato. A determinate condizioni possono anche loro ottenere “premi” e hanno pure degli obblighi in meno rispetto ai collaboratori. Benefici assicurati, invece, agli eventuali corrotti e corruttori finiti in carcere (non succede quasi mai): il decreto ha cancellato dai reati ostativi ai benefici carcerari quelli corruttivi puniti anche fino a 20 anni di carcere. Ed è giustizia a doppia velocità anche quella dei pacchetti sicurezza, l’ultimo approvato l’anno scorso, che punisce pure il dissenso pacifico. L’azione del governo Meloni sembra avere l’obiettivo di spuntare le armi normative a disposizione dei magistrati per combattere la corruzione e altri reati “eccellenti”. E qual è lo strumento più efficace da neutralizzare? Naturalmente le intercettazioni tradizionali o avanzate, depotenziate tra il 2023 e il 2024. Vietate quelle a “strascico”. Cioè si vieta l’uso per un procedimento diverso da quello per cui sono state autorizzate, anche se offrono elementi di prova per reati gravi, a meno che non sia previsto l’arresto in flagranza. Esclusi così molti crimini dei colletti bianchi.
Il limite agli ascolti
E ancora: vietato inserire nel verbale di trascrizione delle intercettazioni quelle considerate “irrilevanti” ai fini dell’indagine. Anche se queste potrebbero, nel corso dell’inchiesta, diventare importanti, non solo per l’accusa, ma anche per la difesa. Vietato al pm e al giudice di inserire nel provvedimento di misure restrittive intercettazioni che non riguardano le parti indagate. Dulcis in fundo, è stata approvata anche la norma che riduce a soli 45 giorni la durata delle intercettazioni. Magistrati e investigatori non hanno dubbi: è un tempo irrisorio. La foglia di fico sbandierata dal governo è che il limite temporale non riguarda le inchieste di mafia e terrorismo. E- aggiungiamo noi- neppure le indagini sulla corruzione, equiparate, in tema di intercettazioni, a quelle di mafia, grazie alla riforma Orlando del 2017, ma la maggioranza non sembra essersene accorta al momento del voto. Si tratta, però, di esclusioni sono solo sulla carta. Spesso realtà mafiose e corrotte sono scoperte grazie a indagini su “reati satellite”: reati fallimentari, fiscali, turbativa d’asta o bancarotte. E, comunque, le intercettazioni a tempo, hanno denunciato gli addetti ai lavori, compromettono indagini su omicidi, maltrattamenti in famiglia, femminicidi, sequestri di persona, giusto per fare alcuni esempi.
Via l’abuso, svuotato il traffico d’influenze
Fin qui le norme specifiche sulle intercettazioni, ma vanno ricordato anche i punti essenziali della riforma Nordio, dedicata ufficialmente a Berlusconi. Il centrodestra mette a segno nel 2024, un colpo di spugna: cancellato il reato di abuso d’ufficio e svuotato il reato di traffico di influenze. La maggioranza ha introdotto, fra l’altro, l’interrogatorio preventivo dell’indagato prima della decisione del giudice sulla richiesta di arresto del pm, a meno che non ci sia il dimostrato pericolo di fuga o di inquinamento delle prove. Ci sono state già minacce e testimoni e qualche fuga. E come non parlare del super bavaglio ai giornalisti? Vietato pubblicare le ordinanze di custodia cautelare e le altre misure restrittive personali. Si possono fare solo dei riassunti con il rischio di riferire all’opinione pubblica un fatto non proprio aderente alla realtà. Infine è fermo alla Camera, ma solo perché il governo aspetta il voto referendario, il ddl approvato al Senato, che dispone una stretta sul sequestro degli smartphone e degli altri apparecchi elettronici.
Poi toccherà ai trojan
Come già per le intercettazioni, le chat e il materiale informatico sequestrato non potrà essere utilizzato per muovere un’altra accusa, anche se si dimostrasse un elemento stringente di prova. Per il sequestro del materiale dovrà intervenire un giudice. Entro cinque giorni, il pm deve avvisare tutte le persone coinvolte nel sequestro e scoprire le carte in anticipo. Quanto all’uso del materiale selezionato, dovrà esserci una seconda autorizzazione del gip. Ma il centrodestra non si ferma né con queste leggi né con la riforma costituzionale. Un altro obiettivo è quello di limitare l’uso uno strumento fondamentale per le indagini sulla corruzione, il trojan. L’ha detto lo stesso ministro Nordio alla Camera, durante la presentazione del suo libro per il Sì al referendum: “Stiamo già lavorando per ridurre, se non proprio eliminare, questa vergogna”. E si indigna non per la piaga della corruzione ma perché la legge Spazzacorrotti del suo predecessore, Alfonso Bonafede, ha autorizzato l’uso del trojan anche durante indagini “per una modestissima mazzetta”. Non c’è da stupirsi. Nordio vuole anche togliere l’obbligatorietà dell’azione penale mentre il vicepremier Antonio Tajani ha confessato: il governo vorrebbe togliere ai pm il controllo della polizia giudiziaria, i cui vertici rispondono ai ministri competenti. E quindi i pm saranno sotto il controllo politico. C’è poi in Senato il ddl Zanettin-Stefani che affida alla politica (in maniera più stringente della legge Cartabia) le direttive alle procure sulle indagini da eseguire. Insomma, il governo lavora “ai fianchi” della riforma costituzionale per avere il controllo sulle toghe.