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Referendum, l’avvocato dei 15 giuristi: “Al Tar si può vincere, il governo rischia. Persino Berlusconi aspettò i tre mesi”

Pietro Adami assiste i promotori della raccolta firme: martedì ha discusso il ricorso in udienza. "I giudici sanno che la questione è importante, potrebbero rivolgersi alla Consulta"
Referendum, l’avvocato dei 15 giuristi: “Al Tar si può vincere, il governo rischia. Persino Berlusconi aspettò i tre mesi”
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“Per cambiare la Costituzione serve tempo, è scritto nella Costituzione stessa. L’ho detto pure agli avvocati dello Stato: “Dovreste unirvi a noi e chiedere al governo di ripensarci”. Veramente non possono aspettare tre mesi? Nel 2006 ha aspettato pure Berlusconi, mica Stalin”. Pietro Adami è l’avvocato che ha presentato – insieme al collega Carlo Contaldi La Grotteria – il ricorso al Tar per i 15 giuristi promotori della raccolta firme per il referendum sulla riforma Nordio. Un atto in cui si chiede la sospensione della delibera del Consiglio dei ministri che ha fissato il voto al 22 e 23 marzo, mentre la raccolta era ancora in corso, violando l’interpretazione – sempre rispettata nella storia repubblicana – in base alla quale non si possono convocare le urne prima dei tre mesi dalla pubblicazione della legge, cioè il termine a disposizione per l’iniziativa popolare. Martedì la questione è stata discussa in udienza a porte chiuse: il verdetto arriverà entro pochi giorni. La partita è difficile, ma Adami non si dà per sconfitto: “I giudici sono consapevoli dell’importanza della questione e del fatto che dalla loro decisione di oggi dipenderà anche il futuro. Credo che ci rifletteranno bene”.

Com’era il clima in aula? Lei e il suo collega eravate in due contro 14 tra avvocati dello Stato e dei comitati per il Sì.

Se mi è consentito dirlo, è stata una bellissima udienza. È durata oltre un’ora, che per il Tar è tantissimo: di solito si discute per una decina di minuti. Noi abbiamo parlato per primi, poi ci hanno concesso una breve replica alla fine. E lì sono andato un pochino sopra le righe.

In che senso?

Ho fatto notare che, se passasse la linea del governo, nulla impedirebbe non solo di convocare le urne, ma addirittura di votare mentre la raccolta firme è ancora in corso. E infatti l’avvocato del Comitato Sì Separa (promosso dalla Fondazione Einaudi, ndr) ha sostenuto che, una volta ammessa la richiesta dei parlamentari, l’iniziativa popolare non dovrebbe essere più consentita. Ma la Costituzione non dice questo: i tre mesi per raccogliere le firme servono anche per riflettere sugli effetti della riforma, proprio come i tre mesi che devono passare tra il primo e il secondo via libera in Parlamento. E convocare le urne in anticipo danneggia i cittadini.

In che modo? In fondo le 500mila firme sono state raccolte.

Con la fissazione della data è iniziata la campagna elettorale, a cui i miei assistiti non possono partecipare come comitato promotore, perché non hanno ancora depositato le firme. Dal momento in cui lo faranno, la Cassazione avrà fino a 57 giorni per validarle. In teoria, quindi, la procedura potrebbe terminare anche quando il referendum si è già svolto. Non solo: il quesito che proponiamo è diverso da quello dei parlamentari, e secondo noi è l’unico corretto in base alla legge, perché indica gli articoli della Costituzione modificati dalla riforma. Ma dato che ormai il voto è stato fissato, la Cassazione potrebbe rifiutarsi di prenderlo in considerazione per modificare quello già ammesso: è imprevedibile, perché non ci sono precedenti. In ogni caso, secondo me forzare la mano è stato un rischio anche per il governo.

Cosa intende?

È rischioso convocare le urne con delle questioni inedite ancora irrisolte. Il Tar potrebbe decidere di sollevare la questione alla Corte costituzionale, e a quel punto il referendum potrebbe anche essere rinviato a data da destinarsi.

Cosa l’ha spinta ad assistere i 15 giuristi?

L’ho fatto gratis, alcuni di loro li conosco dai tempi dell’università. Ho apprezzato moltissimo la loro iniziativa, un esempio di vero impegno civico: se il giudice li condannasse alle spese, dovrebbero rimetterci i soldi di tasca loro. Lo fanno per affermare un principio, umanamente è molto bello.

Anche lei è un avvocato per il No?

Assolutamente. Il tema non è la separazione delle carriere, ma la demolizione del Csm, uno dei pochi organismi anti-maggioritari rimasti: organismi che invece andrebbero fortificati. Sembra non servano a nulla, ma in realtà sono gli unici a tutelare i diritti dei cittadini.

Quante chance si dà di vincere al Tar?

Il 40%. Ma se perderemo non credo faremo appello: dal giorno dopo si lavora per la campagna.

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