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Nobel per la Pace come moneta di scambio: le parole di Meloni rendono l’Italia subalterna

Quando un capo di governo europeo si spinge a legittimare in anticipo un possibile “pacificatore” americano, sta implicitamente dicendo che l’Europa non è soggetto, ma spettatrice
Nobel per la Pace come moneta di scambio: le parole di Meloni rendono l’Italia subalterna
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di Paolo Gallo

C’è qualcosa di profondamente disturbante nell’idea che il Premio Nobel per la Pace possa diventare una promessa preventiva, una moneta di scambio simbolica, un gesto di allineamento politico mascherato da speranza diplomatica. Ed è esattamente questo che accade quando Giorgia Meloni evoca la candidatura di Donald Trump al Premio Nobel per la Pace, prima ancora che esista un risultato, un accordo, una pace reale.

Non è solo una frase infelice. È un segnale politico. E come tutti i segnali politici dice molto più di quanto vorrebbe. Il Nobel per la Pace non nasce per incoraggiare, blandire o motivare leader potenti. Non è un incentivo, non è una scommessa, non è una dichiarazione d’intenti. È, o dovrebbe restare, un riconoscimento ex post, assegnato a chi ha dimostrato con i fatti di aver ridotto la violenza, costruito ponti, salvato vite. Anticiparlo significa svuotarlo. Usarlo come auspicio significa degradarlo.

Il punto, però, non è solo il premio. È l’uomo a cui si fa riferimento. Trump non è una figura neutra, non è una pagina bianca su cui proiettare speranze. È un leader che ha costruito la propria carriera politica sull’esasperazione, sull’idea di nemici interni ed esterni, sulla logica della forza come strumento di pressione. Un leader sotto il cui nome stanno politiche di separazione familiare, deportazioni, disprezzo per il diritto internazionale e per le istituzioni multilaterali. Pensare di associare tutto questo al lessico della pace richiede una notevole dose di rimozione.

C’è poi un secondo livello, ancora più inquietante. Quando un capo di governo europeo si spinge a legittimare in anticipo un possibile “pacificatore” americano, sta implicitamente dicendo che l’Europa non è soggetto, ma spettatrice. Che la pace in Ucraina non sarà frutto di un processo complesso, multilaterale, fondato sul diritto e sulla sicurezza collettiva, ma il risultato di un uomo solo al comando. È una visione semplicistica, quasi messianica, che riduce la geopolitica a storytelling.

E qui emerge la vera fragilità di questa uscita: l’idea che la politica internazionale si faccia ormai a colpi di narrazioni, simboli e gesti ad effetto. Il Nobel evocato non come traguardo, ma come teaser. Come se bastasse pronunciare una parola carica di valore morale per trasferire automaticamente quel valore su chi la riceverà.

Ma la pace non funziona così. Non si annuncia, non si promette, non si premia in anticipo. La pace si costruisce con compromessi, a volte dolorosi, garanzie reciproche, rispetto delle regole. E soprattutto con credibilità. Quella stessa credibilità che si perde quando si confonde il desiderio di contare qualcosa sullo scacchiere globale con la rinuncia a ogni senso della misura.

Usare il Nobel per la Pace come leva politica non rafforza l’Italia. La espone. La colloca in una postura subalterna, pronta ad applaudire prima ancora che lo spettacolo inizi. E, cosa forse più grave, contribuisce a svuotare uno dei pochi simboli morali rimasti nella politica internazionale.

Se tutto diventa premio, nulla è più merito. E se la pace diventa un titolo da assegnare prima dei fatti, allora non è più pace: è propaganda.

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