Fatta l’Europa, ora bisogna fare gli europei: l’Ue al bivio si gioca la sua unità
“Purtroppo si è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani” pare lamentasse Massimo d’Azeglio. Era stato presedente del Consiglio del Regno di Sardegna e, nel 1860, fu il primo governatore della Provincia di Milano dopo l’unificazione. Massone e cattolico, patriota e federalista, morì nel 1866 dopo aver colto con lucidità profetica il divario tra istituzioni e identità collettiva.
A oltre sessant’anni dai Trattati di Roma, possiamo applicare la medesima riflessione al progetto europeo. Abbiamo costruito una Europa istituzionale, senza forgiare una coscienza europea condivisa. Una costruzione basata quasi esclusivamente su dogmi economici neoliberisti, sul modello finanzcapitalista dell’America reaganiana e post reaganiana. L’Europa delle istituzioni, soprattutto finanziarie, non dei popoli.
L’Unione Europea è un esperimento politico senza precedenti: una unione di Stati sovrani legati da trattati, regolamenti e direttive. Abbiamo una moneta comune, un parlamento eletto, una bandiera e perfino un inno. E l’anomalia di una lingua comune, l’inglese, che non appartiene a nessuno dei 27 stati. Quando i cittadini si interrogano sulla propria identità, rispondono quasi invariabilmente di essere francesi, tedeschi, italiani o polacchi. L’aggettivo “europeo” rimane un’appendice burocratica, privo della carica emotiva che accompagna l’appartenenza nazionale.
Le cause di questa mancata costruzione identitaria sono molte. In primis, l’Europa è stata edificata sull’economia: il mercato comune, la libera circolazione, l’unione monetaria, la concorrenza. La dimensione culturale e politica è subalterna, quasi accessoria. Inoltre, c’è un enorme deficit democratico: le istituzioni europee sono distanti, tecniche, incomprensibili ai cittadini. E, soprattutto, le decisioni importanti nascono senza un mandato popolare diretto ed esplicito. Bruxelles è percepita una capitale straniera, non il cuore di una patria condivisa. Strasburgo: una costosa assurdità.
Manca del tutto una narrazione comune. Ogni nazione possiede i propri miti fondativi, i propri eroi, le proprie date simboliche. L’Europa fatica a costruire un immaginario collettivo che trascenda le singole storie nazionali. Il 9 maggio, Festa dell’Europa, passa del tutto inosservato, mentre le ricorrenze nazionali mantengono intatta la loro forza evocativa.
Questa distanza è aumentata vertiginosamente con la pandemia e, poi, con la guerra ucraina. Durante la pandemia, furono cubani e russi i primi ad aiutarci in modo concreto e umano, non i fratelli dell’Unione. La russofobia non è un sentimento condiviso ma divisivo. Non basta dire al popolo europeo che “sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese” (cit. Herman Göring). È velleitario ostinarsi a pensare che possa funzionare con gli europei senza identità.
Oggi l’Europa si trova di fronte a un bivio. Può costruire con la guerra ciò che la finanza non è stata in grado di costruire. Può cedere alla tentazione di creare la propria identità sulla logica antica della contrapposizione militare, rinnegando se stessa. Oppure può tentare la via più difficile: dimostrare che un’identità collettiva può nascere dalla pace, dalla cooperazione, dalla condivisione di valori. Sarebbe una rivoluzione antropologica, un superamento della tragica lezione della storia.
D’Azeglio sapeva che le nazioni non nascono dai decreti né dalle direttive, ma dalla paziente tessitura di legami simbolici, linguistici ed emotivi. La lunga pace del dopoguerra ha prodotto un barlume di identità italiana, a forza di televisione in lingua italiana, di Festival di Sanremo della canzone italiana, di vittoria della nazionale italiana di calcio, festeggiata da un partigiano come Presidente. Assai più delle guerre coloniali e delle due guerre mondiali.
L’Europa, se vorrà sopravvivere come soggetto geopolitico, dovrà finalmente imparare a fare gli europei. Come scrisse Kant nel suo “Progetto per la pace perpetua” (1795) la vera sfida non è vincere le guerre, ma renderle obsolete. L’Europa, se saprà fare gli europei senza bisogno di campi di battaglia, avrà compiuto un miracolo politico senza precedenti. Scegliere il campo di battaglia, invece, potrebbe condurre alla disgregazione della Unione e, se penso ai miei frattali, produrre effetti cascata in parecchi stati nazionali.