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Patrimoniale, tasse sulla casa, cripto: l’Europa va in ordine sparso e perde miliardi. Tridico: “Subito riforma fiscale”

Presentato il 27 gennaio a Bruxelles il report del centro studi del Parlamento sui costi della mancata armonizzazione delle regole. 4,7 miliardi di mancati incassi sulla moneta digitale. L’1 per cento sui patrimoni sopra il miliardo di euro genererebbe dai 20 ai 30 miliardi l’anno. Tridico: “Promossa la proposta avanzata dall’economista Gabriel Zucman di una tassazione sulle grandi fortune”
Patrimoniale, tasse sulla casa, cripto: l’Europa va in ordine sparso e perde miliardi. Tridico: “Subito riforma fiscale”
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Decine di miliardi l’anno: è il costo per l’Europa della competizione interna sul fisco e i salari. Una somma utilissima per rilanciare l’economia in affanno del Vecchio continente, alla disperata ricerca di soldi per il piano di riarmo, il sostegno all’Ucraina, la transizione verde e digitale. I numeri si evincono dal rapporto firmato dal Servizio di ricerca del Parlamento europeo, dal titolo “Il futuro dell’armonizzazione della politica fiscale dell’Ue”, presentato a Bruxelles il 27 gennaio. “Per la prima volta vengono analizzati in modo dettagliato e approfondito i costi della cosiddetta ‘non Europa’, e cioè quelli della mancata armonizzazione dei sistemi tributari dei Paesi membri”, ha dichiarato l’eurodeputato M5s Pasquale Tridico, ex presidente Inps. Secondo il parlamentare di Strasburgo, “Paesi come l’Italia sono stretti nella doppia tenaglia di un dumping fiscale, come quello praticato da Paesi come Lussemburgo e Irlanda, e sociale favorito dalle forti delocalizzazioni delle imprese verso l’Est Europa”.

Persi 4,7 miliardi l’anno dalle tasse sulle criptovalute

Sono gli Stati a decidere i tributi e non l’Europa, ma la frammentazione delle regole impone costi pesanti in quattro aree: tassazione della ricchezza; tassazione delle crypto-attività; digitalizzazione delle amministrazioni fiscali; oneri di compliance fiscale per imprese e cittadini. L’obiettivo non è proporre un’imposta europea, bensì valutare i benefici di una maggiore coordinazione sui tributi. Ad esempio le criptovalute: ogni paese adotta definizioni e regole diverse. Eppure, secondo il rapporto, “nel 2024 la tassazione delle plusvalenze crypto avrebbe generato 4,7 miliardi di euro in Ue, con una possibile crescita oltre i 10 miliardi entro il 2035”. Secondo Tridico, una somma utile per “compensare in parte i dolorosi tagli a coesione e agricoltura”. Per raccogliere il bottino fiscale, si raccomanda la “definizione comune di eventi tassabili, standard condivisi di valutazione”.

Tassare l’1 per cento sui patrimoni sopra il miliardo: dai 20 ai 30 miliardi l’anno

Anche sulla tassazione della ricchezza c’è molto da guadagnare. Se si applicasse l’aliquota media Ue sui patrimoni immobiliari, in tutti i Paesi con valori sotto media, si potrebbero recuperare 15,2 miliardi di euro l’anno, con un crescita delle entrate del 18 per cento. In “uno scenario ipotetico e piuttosto massimalista”, dice il rapporto, “estendere l’esercizio ai patrimoni immobiliari superiori a 1 milione” di euro porterebbe in cassa 127,8 miliardi di euro, “con le attuali aliquote nazionali”; ben 151,3 miliardi di euro, se tutti i paesi al di sotto della media Ue allineassero la propria aliquota, mentre quelli con aliquote più elevate rimangono invariati. Invece una tassa dell’1 per cento sui patrimoni sopra il miliardo di euro genererebbe dai 20 ai 30 miliardi l’anno, nel Vecchio Continente, con “forti differenze tra Stato e Stato”. Lo studio, dice Tridico, “promuove la proposta avanzata dall’economista Gabriel Zucman di una tassazione sulle grandi fortune”. “Tutto questo – aggiunge l’esponente M5s – assieme a una tassazione dei giganti del web, aiuterebbe l’Ue ad affrontare le sfide del rilancio della propria economia”.

Il rapporto bacchetta l’Europa anche per la diversità delle regole fiscali e degli standard digitali (soprattutto nelle pubbliche amministrazioni). Ad esempio, “differenze enormi nel tempo necessario per adempiere agli obblighi fiscali, da meno di 60 ore l’anno a oltre 400 ore l’anno. Allinearsi alla media Ue gioverebbe soprattutto all’Italia. Secondo il rapporto Doing Business della Banca Mondiale, un’impresa italiana impiega mediamente oltre 238 ore all’anno per adempiere agli obblighi fiscali, contro una media OCSE di 160 ore.

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