Migranti somali, accuse di frodi ed elezioni rubate: ecco perché Trump ce l’ha col Minnesota (e ha usato l’Ice proprio qui)
È lo Stato che vota democratico continuativamente da più di tutti gli altri: da quasi 50 anni – per ben tredici elezioni presidenziali, dal 1976 al 2024 – il Minnesota ha sempre scelto i candidati liberal, così come ha fatto Minneapolis dal 1977. Questa è la quinta grande città a essere presa di mira dalla repressione dell’immigrazione di Trump, dopo la sua promessa elettorale di avviare la più grande operazione di deportazione di migranti clandestini della storia. Quella nelle Twin Cities – Minneapolis e St Paul – è iniziata il 1°dicembre, “Operation Metro Surge”. Il braccio armato della sua strategia è l’Ice (Immigration and Customs Enforcement), nata nel 2003 come forza anti-terrorismo e ora incaricata anche di rastrellamenti di presunti migranti illegali, che di fatto agisce impunita. A partire da gennaio, solo a Minneapolis, ha ucciso Renee Nicole Good e Alex Pretti, due cittadini americani, entrambi 37enni, che stavano assistendo alle loro azioni per le strade della città. La Casa Bianca si è affrettata a difendere gli agenti, invocando legittima difesa. In entrambi i casi, però, le immagini raccontano che per gli agenti non c’era alcuna minaccia. Ma perché Trump ha preso di mira proprio il Minnesota?
La frode dei fondi pubblici e il caso “Feeding our future”
Da mesi la Casa Bianca cavalca lo scandalo dei sussidi pubblici che ha coinvolto anche la comunità somala del Minnesota — la più numerosa del Paese con circa 80mila membri che Trump ha definito “spazzatura” e ha accusato di avere “saccheggiato il sistema” — per attaccarla e inasprire la sua politica migratoria. Il presidente Usa parla di una truffa ai fondi pubblici per 9 miliardi di dollari su un totale di 18, stessa cifra ipotizzata dagli investigatori federali ma contestata dal governatore dello Stato, Tim Walz, e che per ora non è ancora stata provata in tribunale. Ma a che punto è la battaglia legale? Finora i procuratori federali hanno documentato truffe per 300 milioni di dollari, principalmente nell’ambito del programma alimentare “Feeding Our Future“, in cui sono stati creati elenchi fittizi di nomi per fatturare pasti mai serviti ai bambini durante la pandemia. Una truffa che ha sottratto cifre enormi ai fondi Covid, dirottati illecitamente sull’acquisto di auto di lusso e immobili negli Usa e all’estero (specialmente in Turchia e Kenya). Secondo i dati pubblicati dal governo, in 98 sono stati incriminati – di cui 85 somali – e più di 60 sono stati condannati o si sono dichiarati colpevoli. Sull’ondata dello scandalo giudiziario, il 13 gennaio il governo ha annunciato la soppressione del programma Tps, che permetteva a circa 4mila somali di avere uno status legale temporaneo per vivere e lavorare negli Stati Uniti.
Ma nel mirino, oltre a Feeding our Future, ci sono anche Medicaid e servizi sociali, con indagini che riguardano frodi sugli stanziamenti per la terapia dell’autismo, la stabilizzazione abitativa e l’assistenza domiciliare. Pur senza nessuna prova, l’amministrazione Trump sostiene inoltre che i fondi siano finiti anche nelle mani dei terroristi di Al-Shabaab, filone sul quale è stata aperta un’indagine federale a fine 2025. L’amministrazione ha poi bloccato 185 milioni di dollari di pagamenti per i servizi all’infanzia, dopo il video del 26 dicembre dello youtuber conservatore Nick Shirley, secondo cui diversi centri gestiti da immigrati somali ricevevano fondi pubblici senza fornire effettivamente i servizi. Di fatto dal 2019, i servizi per l’infanzia in Minnesota sono sotto osservazione per presunte frodi, poi certificate. Per questo lo Stato ha intensificato i controlli. Nelle strutture segnalate dallo youtuber, “sono state verificate numerose violazioni delle licenze statali in materia di pulizia, supervisione del personale e tenuta di registri relativi a vaccinazioni e allergie – scrive in un pezzo di fact checking Louisiana Illuminator -, ma non di frodi”. A gonfiare il caso anche i ripetuti attacchi del presidente Usa a Ilhan Omar, prima somalo-americana a entrare nel Congresso: Trump ha puntato il dito contro l’aumento del patrimonio suo e del marito, passato da circa 50mila dollari a una cifra milionaria in poco tempo, e la accusa di essere collegata alle indagini in Minnesota. Nei confronti di Omar però non è mai stata formalizzata nessuna accusa. Oltre alla questione migranti, che rimane il target principale, il Minnesota resta un bersaglio per Trump anche per motivi strettamente politici. Nelle ultime tre elezioni il presidente Usa ha ripetutamente dichiarato di avere vinto nello Stato, nonostante i risultati ufficiali dicessero il contrario, e ha parlato di sistema elettorale “corrotto”.
La richiesta “scandalosa” di Pam Bondi
L’ultimo tassello della guerra contro l’establishment democratico dello Stato si è consumato sabato, quando il procuratore generale Pam Bondi ha scritto a Walz e delineato tre richieste: concedere al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ) l’accesso agli elenchi di registrazione degli elettori, condividere i registri dei programmi di assistenza sociale statali con le autorità federali e abrogare le politiche delle città santuario che limitano la cooperazione con l’Ice. Queste misure “ripristineranno lo stato di diritto, sosterranno gli ufficiali dell’ICE e porranno fine al caos in Minnesota”, ha affermato Bondi. “La sua lettera è un tentativo scandaloso di costringere il Minnesota a fornire al governo federale dati privati su milioni di cittadini statunitensi, violando le leggi statali e federali”, ha affermato Simon nella sua dichiarazione. La richiesta è stata respinta anche dal governatore Walz.