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La Flotilla contro il genocidio e i costumi gonfiabili contro Trump: così le azioni simboliche diventano efficaci

Queste iniziative possono essere caratterizzate da coefficienti diversi di teatralità, comunque garantita dalla “comunione” dei corpi, che del teatro è forse il fondamento
La Flotilla contro il genocidio e i costumi gonfiabili contro Trump: così le azioni simboliche diventano efficaci
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In un saggio pubblicato in America nel 2015 (L’alleanza dei corpi. Note per una teoria performativa dell’azione collettiva, Nottetempo), la celebre filosofa femminista Judith Butler teorizzava alcune, recenti performance pubbliche come una nuova forma di espressione e intervento politici: “può essere importante riconsiderare quelle forme di performatività che possono operare solo attraverso forme di azione coordinata, le cui condizioni e i cui obiettivi consistono nella ricostituzione di forme plurali di agency e di pratiche sociali di resistenza”.

Butler faceva riferimento a un’ampia serie di iniziative apparse in tutto il pianeta negli anni precedenti: da Occupy Wall Street alle Primavere arabe, dalle proteste di Atene al Parco Gezi di Istanbul, dalle mobilitazioni queer a quelle degli immigrati irregolari in Usa.

In seguito, questo tipo di “azioni collettive” non ha smesso di prodursi ai quattro angoli del mondo (ricordo almeno il movimento “Donna Vita Libertà” in Iran), ma forse c’è stato bisogno del conflitto israelo-palestinese, e del genocidio perpetrato a Gaza da Netanyahu, per assistere a un loro rilancio globale.

E mi riferisco, appunto, alle manifestazioni contro il massacro dei gazawi e a sostegno della causa palestinese, che soprattutto nel nostro Paese hanno visto un’autentica e spontanea adesione di popolo, intere famiglie scese in strada con tanto di neonati al collo, accomunate dall’orrore e dall’indignazione per quanto stava accadendo nella Striscia da oltre due anni, sotto gli occhi di un Occidente indifferente, quando non complice.

Ma penso, in particolare, all’azione della Global Sumud Flotilla, oltre quaranta imbarcazioni messesi in mare, superando non poche difficoltà, con l’obiettivo di forzare il blocco navale israeliano davanti Gaza, per portare aiuti umanitari a una popolazione stremata. Un’azione di cui, al di là dell’utilità pratica, non sono sfuggiti il significato politico e il valore utopico-simbolico (Davide contro Golia).

Queste iniziative possono essere caratterizzate da coefficienti diversi di teatralità, comunque garantita dalla “comunione” dei corpi, che del teatro è forse il fondamento. Per un esempio particolarmente originale, si può citare la vicenda americana dell’autunno scorso, di cui hanno parlato in rete, fra gli altri, Tlon e Andrea Colamedici. Mi affido al loro racconto: “La storia comincia a Portland, in Oregon, nelle proteste contro l’Immigration and Customs Enfoncement (ICE), dove a un manifestante vestito di rana gonfiabile viene spruzzato dello spray al peperoncino da un agente federale direttamente nella presa d’aria del costume”.

Fin qui tutto normale, purtroppo. Ma sentite il seguito: “Il video diventa virale e innesca qualcosa di inaspettato: invece di scoraggiare l’idea di scendere in piazza, scatena una moltiplicazione di rane, dinosauri, unicorni, polli, squali, mucche, che invadono le proteste in tutto il paese”.

Comincia così Operation Inflation: “un’organizzazione che distribuisce costumi gonfiabili gratuitamente ai manifestanti e li spedisce a Chicago, New York, Los Angeles e ovunque ce ne sia bisogno”. Questa la conclusione degli articolisti: “I costumi gonfiabili sono una strategia simbolica profondamente consapevole, forse l’unica vera risposta efficace insieme alla Global Sumud Flotilla che l’opposizione al trumpismo […] abbia finora escogitato sul piano dell’immaginario collettivo”.

Forse una valutazione un po’ ottimistica, alla luce di quanto è accaduto nei mesi successivi. Non va tuttavia sottovalutata l’importanza del simbolico e dell’immaginario nelle strategie di una resistenza nonviolenta.

Un esempio di azione collettiva particolarmente interessante per il suo minimalismo viene dalle cronache nostrane e riguarda i modi in cui le maestranze del Teatro La Fenice di Venezia stanno protestando da mesi contro l’”imposizione” di Beatrice Venezi come direttrice musicale, senza le consultazioni e le discussioni che di regola precedono decisioni del genere.

L’ultima trovata, esibire una spilletta con una chiave di violino e un cuore, si sta rivelando particolarmente efficace. Tutto è cominciato al concerto di Capodanno, quando la spilla è stata indossata dagli orchestrali, compreso il direttore Michele Mariotti, in alternativa allo sciopero minacciato. Come ha scritto Leonardo Bison sul Fatto Quotidiano dell’8 gennaio, “da quella protesta ‘garbata’ sta crescendo una slavina. Le immagini del concerto hanno fatto il giro del mondo […] le spille hanno iniziato a essere richieste ovunque […] le 1500 stampate erano finite. […] In diversi gruppi – conservatori, accademie, lavoratori di altri enti lirici – le hanno chieste per indossarle ai concerti: la spilla sta quindi già diventando, nella sua estrema semplicità, un messaggio contro il governo, per l’autonomia dei teatri e della musica”. In attesa che il centrosinistra batta finalmente un colpo contro lo strapotere del sottosegretario del Mic Gianmarco Mazzi.

Ps. Durante la recente cerimonia dei Golden Globes a Los Angeles, alcune star hanno indossato una spilletta con scritto “Be Good”, per protestare contro la brutale uccisione a Minneapolis di Renee Nicole Good da parte di agenti del famigerato ICE.

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