Con i tagli alle pensioni ci rimetteranno soprattutto i giovani impegnati in lavori usuranti
La recente Legge Finanziaria che ha chiuso il 2025 ha colpito pesantemente il welfare state, nonostante si cerchi di mimetizzarne l’evidenza. In particolare, per giustificare il taglio delle pensioni, ritardandone o sfavorendone l’accesso con vari espedienti, s’invoca sempre la tutela del futuro dei giovani. Ma qui si è giocata questa volta proprio la contraddizione massima.
Innanzitutto, si è attinto addirittura al fondo destinato ai cosiddetti “lavori usuranti”, riducendolo da 233 a 193 milioni l’anno, ma si è deciso di far scattare il provvedimento a partire dal 2033. Chi andrà in pensione successivamente fruirà di un sistema misto che sarà tanto più penalizzante quanto più ci si allontanerà da questa fatidica data.
E chi sono allora i soggetti che oggi svolgono lavori usuranti e che si troveranno ad attingere ad un fondo massimamente impoverito? Sono tutti coloro che oggi hanno meno di 40 anni, gli evocati giovani appunto che, appena possono, emigrano altrove. La conseguenza quindi sarà che anche questi lavoratori, per non trovarsi con una pensione ancor più magra, per il passaggio integrale al sistema retributivo, cioè ponderato sulla media del totale degli stipendi e non sugli ultimi, sarà costretta a rimanere al lavoro per tutto il tempo ancora possibile.
E’ il meccanismo che nelle statistiche fa aumentare artificiosamente il numero degli occupati, soprattutto a tempo indeterminato. Le conseguenze saranno drammatiche per questa categoria di lavoratori già svantaggiata a priori e che si ribalteranno negativamente anche su altre voci del bilancio dello Stato.
In primis toccherà alla sanità, perché l’interazione tra invecchiamento e mansioni usuranti amplifica i rischi, e alla fine alla fiscalità generale, aggiungendo ingiustizia ad ingiustizia se, come probabile, non si metterà freno all’annosa questione dell’evasione fiscale compensata dall’introduzione di aliquote sempre più insopportabili per coloro che non hanno scampo.
I lavori usuranti, definiti dal D.Lgs. 67/2011, non sono soltanto quelli che intuitivamente comportano un elevato impegno fisico, come accade ad esempio nelle miniere, nelle acciaierie, nella cantieristica navale, ma anche condizioni prolungate di stress che colpiscono innanzitutto coloro che svolgono lavori notturni. La letteratura scientifica ne documenta unanimemente i danni alla salute: patologie cardiocircolatorie, disturbi del sonno, affaticamento fisico senza recupero, allungamento dei tempi di reazione con maggiore frequenza d’infortuni e burnout, cioè quella forma di “esaurimento” descritta proprio per la prima volta negli States intorno agli anni ’70 tra il personale cosiddetto “d’aiuto”, a partire da quello sanitario degli ospedali, ma non solo. Ne abbiamo avuto esempi al tempo del Covid.
Pensando al comparto dei trasporti e della sanità, è immediato anche riflettere su quali possano essere le ricadute negative sulla numerosa utenza che si avvale di questi servizi. L’uscita anticipata da questi lavori costituisce, o meglio costituiva, l’extrema ratio per contenere danni individuali e collettivi. Già però questa normativa appariva zoppicante, perché di farraginoso accesso, basata su di una rigida declaratoria a priori di mansioni e non su di una valutazione del rischio ad personam pur ovviamente facendo riferimento a criteri univoci.
Elevata è quindi la probabilità di incorrere in una misclassificazione del rischio reale, perché ad una stessa attribuzione di mansione può corrispondere una diversa sequenza delle operazioni a rischio di cui è composta o una loro differente intensità, soprattutto in un mercato del lavoro sempre più disarticolato.
Nel confronto con gli altri Paese europei, l’Italia è quella che adotta i criteri più restrittivi e burocratici per attribuire la categoria di lavoro usurante. Ad esempio, richiede metà vita lavorativa trascorsa in una lista a priori di lavori, oppure almeno 7 anni negli ultimi 10, e prevede comunque requisiti anagrafici elevati, oltre i 61 anni. Diversamente, come in Francia, è istituito un sistema a punti per l’esposizione ai vari fattori di rischio che identificano una condizione di lavoro usurante, quale rumore, lavoro notturno, carichi pesanti, posture forzate, a prescindere quindi da una specifica mansione.
In Spagna sono previsti coefficienti di riduzione dell’età pensionabile automatici in base agli anni di esposizione. Nei Paesi Bassi e in Germania, si punta invece molto sulla prevenzione, favorendo, mediante incentivi alle imprese, lo spostamento dei lavoratori più anziani in mansioni meno gravose e investendo molto sull’ergonomia per ridurre la fatica del lavoro.
Insomma, l’Italia interviene solo a posteriori e per di più con risorse in diminuzione, come confermato dai tagli strutturali al fondo dedicato ai lavori usuranti.
Proviamo ad immaginare quale scenario migliore si profilerebbe se i Paesi europei adottassero, oltre la moneta unica, pari criteri per retribuire il lavoro, costruire il welfare e individuare il sistema fiscale, esaminando in modo comparato le esperienze che tra tutte si sono rivelate più eque ed efficaci.
La selva di differenze produce invece competizioni sleali, interessi particolari e conflittualità permanenti. Lo sappiamo da troppo tempo. Speriamo che, per dirla con Einstein, la crisi profonda che stiamo attraversando a tutti i livelli si traduca in occasione di cambio di paradigma, che s’imponga come necessità piuttosto che come scelta. Quindi ben più probabile.