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Campana per i bimbi non nati a Sanremo: la rabbia reazionaria e misogina si fa di nuovo sentire

Le donne non sono più contenitori sacrificabili di feti o embrioni. Qualcosa su cui il vescovo che firma le campane dovrebbe riflettere
Campana per i bimbi non nati a Sanremo: la rabbia reazionaria e misogina si fa di nuovo sentire
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“Io benedico questo polverone, anche le critiche. Sono felicissimo: senza di esse nessuno avrebbe saputo della campana”. Così il vescovo di Sanremo, Antonio Suetta, ha battezzato le polemiche scaturite dalla sua decisione di far suonare ogni sera la campana della torre della Curia, sulla quale ha fatto incidere il proprio nome, per ricordare i bambini “non nati”, ovvero gli aborti volontari e spontanei.

È l’ennesima iniziativa volta a far risuonare quotidianamente nell’aria note di misoginia – come se non ce ne fosse abbastanza – e a stigmatizzare le donne che abortiscono e anche quelle che hanno avuto aborti spontanei. Donne che disertano e donne che falliscono la loro missione di dare al mondo figli. La rabbia reazionaria si fa sentire con i cimiteri dei feti, i “giardini degli angeli”, le marce della Militia Christi con embrioni di plastica su croci, al grido di “donne assassine” e i manifesti di Pro Vita & Famiglia.

Alla fine di dicembre a Roma, una campagna di Pro Vita ha promosso dei manifesti con lo slogan “Ogni Natale comincia dal grembo materno” che accompagnava l’immagine di un’ecografia con un’aureola. Come a suggerire che, se Maria avesse abortito, non sarebbe nato Cristo. Nei giorni in cui le sacre ecografie venivano affisse sui muri di Roma, il vescovo di Conversano ammoniva le femministe a farsi libere come Maria: ‘veramente libera perché sa obbedire’. Marcela Lagarde, antropologa messicana, spiegò molto bene il prezzo in odio e violenza che le donne pagano quando disobbediscono e si chiama femminicidio. La reazione patriarcale alla richiesta e pretesa di libertà delle donne comprende ogni forma di discriminazione e violenza.

Negli ultimi anni, l’odio per la disubbidienza e la libertà delle donne si è fatto più tangibile e lo si deve – lo spiegò lucidamente Lea Melandri (Il Riformista 2021) – alla “loro maggiore libertà e consapevolezza nel voler trovare in se stesse il senso della loro vita, e non essere più ‘un mezzo per un fine’ dettato da altri – o da Dio – ‘nella sessualità come nella procreazione’.”

La guerra contro i corpi delle donne non si ferma, anche se il diritto a non rischiare la pelle per abortire è stato sancito dalla legge 194 nel 1978. Sono trascorsi quasi cinquant’anni, eppure i partiti reazionari e conservatori e i bigotti non danno tregua alla guerra sui corpi delle donne. E da quando soffiano i venti gelidi degli autoritarismi, in molti sembrano pensare che, dopo decenni di assedio, sia arrivato il momento di espugnare un diritto che ha salvato la vita e la salute di milioni di donne.

L’aborto non sicuro è una delle principali cause di mortalità materna nel mondo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno vengono eseguiti circa 25 milioni di aborti non sicuri, il 97% dei quali nei Paesi in via di sviluppo. L’Istituto Guttmacher stima che negli ultimi anni circa 22.800 donne siano morte ogni anno per aver abortito senza un’adeguata assistenza medica. E circa sette milioni di donne ogni anno devono essere ricoverate a causa di infezioni o complicanze post-Ivg.

Ancora Lea Melandri, su il Riformista, si interrogava su “un’ossessione maschile che affonda le sue radici nell’ambiguo legame di amore e odio per quel corpo femminile che può dare la vita e la morte e minacciare la sopravvivenza del singolo come quella della società a cui appartiene”. E ricordava come, prima dell’approvazione della legge 194, in Italia l’aborto fosse considerato un crimine “contro l’integrità e la sanità della stirpe”, dunque una presunta difesa della famiglia “naturale” ma anche della “purezza etnica” del Paese.

Non è affatto un caso che, in nome della difesa della stirpe italica, gli esponenti del gruppo neofascista Forza Nuova — noto per posizioni omofobe e razziste e più volte finito sotto inchiesta per violenze (basti ricordare l’assalto alla Cgil nel 2021) — scenderanno in piazza a sostegno dell’iniziativa del vescovo. La motivazione è esplicita: “In Italia crisi sociale e natalità ai minimi storici. Questa battaglia è fondamentale: un popolo che uccide i suoi figli non ha futuro”. Come nell’era del Fascio, le italiane dovrebbero dar figli alla Patria senza asili nido, senza garanzie come lavoratrici, senza che i padri siano tenuti per legge ad assumere sulle loro spalle il lavoro di cura e soprattutto senza desiderio di maternità.

Contro l’iniziativa del vescovo si sono levate forti critiche e contestazioni. Nei primi giorni di gennaio si è svolto un flash mob e sabato, in Piazza Colombo a Sanremo, manifesteranno Radicali Italiani, Giovani Democratici, Pd, +Europa, Donne Democratiche, Avs e il Collettivo Papavero Rosso.

Dopo il polverone, il vescovo di Sanremo ha spiegato di voler “muovere le coscienze”. Forse non si è accorto — o non ricorda — che la legge sull’interruzione di gravidanza è stata approvata nella cattolicissima Irlanda nel 2019, sette anni dopo la morte per setticemia della 31enne Savita Halappanavar, incinta di 17 settimane. Non ci fu nessun intervento da parte dei medici perché era presente il battito fetale. “Questo è un Paese cattolico” le risposero quando chiese di abortire per avere salva la vita.

La sua morte scosse le coscienze e portò, in pochi anni, all’abolizione del divieto di aborto nella Repubblica d’Irlanda e all’abolizione dell’emendamento 8 della Costituzione irlandese che poneva sullo stesso piano la vita della madre e quella del feto. Fu la rabbia delle irlandesi ad abbattere quel divieto. Dal 2019 non sono più contenitori sacrificabili di feti o embrioni. Qualcosa su cui il vescovo che firma le campane dovrebbe riflettere, se la vita delle donne che abortiscono vale qualche rintocco per Santa Romana Chiesa.

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