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“L’autonomia dei giudici resta garantita”: il mantra del Sì per spingere la riforma. Ma lo è pure in Cina, Iran e Nord Corea

Chi accusa di "manipolazione" la campagna del No ripete che il principio di indipendenza delle toghe non viene toccato. Eppure, sulla carta, è così anche nelle peggiori dittature
“L’autonomia dei giudici resta garantita”: il mantra del Sì per spingere la riforma. Ma lo è pure in Cina, Iran e Nord Corea
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L’indipendenza della magistratura è un valore fondante della Russia di Putin. Ma anche della Cina di Xi Jinping, della Cuba castrista, dell’Iran degli ayatollah e persino della Corea del Nord. O almeno è ciò che si legge nelle Costituzioni di tutti questi Paesi. Sulla carta, infatti, l’autonomia dei giudici non è messa in discussione nemmeno dai peggiori regimi dittatoriali del pianeta: a soffocarla però sono fattori di insieme e di contesto, che rendono impossibile esercitarla in concreto. A farlo notare è un commento ironico del pm ligure Claudio Martini, sostituto procuratore a Savona, che sta facendo il giro delle chat dei magistrati dopo le accuse rivolte alla campagna per il No alla riforma Nordio. Nei giorni scorsi il comitato referendario promosso dall’Anm è finito sotto accusa per i suoi manifesti, incentrati su una domanda retorica: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?“. Una “truffa” e una “manipolazione” per i sostenitori del Sì, che sottolineano come il principio di autonomia e indipendenza resti formalmente garantito dall’articolo 104 della Costituzione: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, recita il nuovo testo, esattamente come il vecchio. “Per ottenere “giudici che dipendono dalla politica”, come recita il truffaldino, vergognoso manifesto che il Comitato per il No dell’Anm sta mettendo nelle stazioni italiane, occorre che lo preveda la Costituzione, mentre l’attuale riforma addirittura lo vieta”, ha affermato Gian Domenico Caiazza, ex presidente delle Camere penali ora alla guida del comitato “Sì Separa” della fondazione Einaudi.

Eppure, a dare uno sguardo in giro per il mondo, si scopre che le enunciazioni di principio non bastano a rendere il potere giudiziario davvero indipendente da quello politico. Altrimenti, scrive Martini, “si dovrebbe concludere che in Russia l’indipendenza della magistratura è assicurata”: in base all’articolo 120 della Carta fondamentale, infatti, “i giudici sono indipendenti e sono sottoposti soltanto alla Costituzione della Federazione Russa e alla legge federale”. Ancora più chiara la Costituzione di Cuba, agli articoli 148 e 150: “I tribunali costituiscono un sistema di organismi statali, strutturati con indipendenza funzionale da qualsiasi altro potere dello Stato. I magistrati e i giudici, nella loro funzione di impartire giustizia, sono indipendenti e devono obbedienza unicamente alla legge“.

Anche la teocrazia iraniana, sulla carta, sembra affezionata al principio: “Quello giudiziario è un potere indipendente che tutela i diritti individuali e collettivi del popolo” (articolo 156 della Costituzione). Da parte sua, la Cina non si limita a garantire ai giudici l’indipendenza dal potere esecutivo, ma la estende – sempre in teoria – pure ai pm: sia “i tribunali popolari” che “le Procure del popolo“, “esercitano il potere giudiziario in maniera indipendente, in conformità con le disposizioni di legge, e non sono soggetti a interferenze da qualsiasi organo di amministrazione, ente pubblico o individuo”. Persino la Costituzione della Corea del Nord garantisce che “la Suprema Corte”, cioè il massimo organo giurisdizionale del Paese, “è indipendente nell’amministrazione della giustizia ed effettua le attività giudiziarie attenendosi alla legge”. Insomma, predicare bene su questo tema riesce persino a Kim Jong-un: figuriamoci a Nordio.

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