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È vera la storia delle ‘immense riserve petrolifere’ del Venezuela? Per uno scopo, sì

Fra dieci anni, l’auto termica sarà altrettanto obsoleta delle locomotive a vapore e il prezzo del petrolio rischia di crollare. Allora l’attacco al Venezuela è una follia?
È vera la storia delle ‘immense riserve petrolifere’ del Venezuela? Per uno scopo, sì
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Molto tempo fa, si giustificavano le crociate dicendo “Dio lo Vuole” (Deus Vult). Non pare che all’epoca nessuno si preoccupasse più di tanto di verificare che Dio fosse veramente contento che i suoi figli si ammazzassero fra loro in suo nome (vi ricordate “Deus non vult” nel vecchio film “Brancaleone alle Crociate”?). Più tardi, sono venute di moda altre scuse, tipo “portiamogli la democrazia”. Di recente, si parla di “guerre per il petrolio”. Una volta lo si faceva con una certa pudicizia, ma adesso Trump ha sdoganato l’idea. Il rapimento di Nicolas Maduro, ha detto Trump, è stato per accaparrarsi le immense riserve petrolifere del Venezuela.

Ora, c’è chi si straccia le vesti per l’insulto al diritto internazionale ma, sotto, sotto, il signor Rossi si frega le mani pensando che potrà ancora usare il suo dieselone. Ma, come sempre, le cose non sono semplici e vale la regola che nel mondo nessuno ti regala niente – tantomeno il petrolio.

Allora, è vera la storia delle “immense riserve petrolifere” del Venezuela? In parte sì, ma in questa faccenda bisogna stare attenti a mettere i puntini su tutte le vocali. Il petrolio è un po’ come il vino: c’è una certa differenza fra un Brunello di Montalcino e un cartone di vino comprato al supermercato. Per il petrolio, quello migliore è quello “leggero” che si estrae come liquido dai pozzi senza troppe difficoltà – ed è quello ormai sempre più raro. Invece c’è ancora una certa abbondanza del petrolio “pesante”, come quello del Venezuela. Però, per tirarlo fuori bisogna liquefarlo con dei solventi, poi bisogna ripulirlo dalla contaminazione da zolfo e metalli pesanti. Poi va raffinato, e solo certe raffinerie specializzate lo possono fare, e non vi dimenticate l’inquinamento generato dall’operazione. Il costo e gli investimenti necessari sono spaventosi. Questo spiega come mai il Venezuela produce solo un decimo di quanto produca l’Arabia Saudita, nonostante che sulla carta abbia riserve superiori.

Allora, che senso ha impegnarsi in una guerra per questa robaccia? Si parla di anni di lavoro e di investimenti dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari per creare un’infrastruttura in grado di produrre il petrolio venezuelano a livelli comparabili a quelli dei grandi produttori. Ma ne varrebbe la pena solo se gli investitori fossero sicuri che fra dieci anni lo si potrà vendere. Ma, fra dieci anni, l’auto termica sarà altrettanto obsoleta delle locomotive a vapore e il prezzo del petrolio rischia di crollare perché non avrà più mercato. Per non parlare poi di un possibile ritorno di sanità mentale fra i nostri leader che potrebbero a capire che, se non vogliamo scassare tutto l’ecosistema terrestre, il petrolio pesante lo dovremmo lasciare sottoterra.

Allora l’attacco al Venezuela è una follia? Lo è, come lo sono tutte le guerre. Ma, come diceva Polonio a proposito di Amleto, “in quella follia, c’è un metodo”. Il metodo appare chiaro se consideriamo non più il mercato civile (il dieselone del sig. Rossi), ma quello militare. L’apparato militare degli Stati Uniti è ancora quasi completamente basato sui combustibili liquidi, a parte le portaerei e i sommergibili nucleari. E gli Stati Uniti si trovano di fronte alla previsione di un calo sostanziale nella produzione nazionale di petrolio di scisto, una risorsa che finora li ha salvati dall’esaurimento del petrolio convenzionale. Allora, c’è una logica che il governo degli Stati Uniti prenda il controllo diretto del petrolio del Venezuela e che finanzi le proprie compagnie petrolifere per sviluppare la sua produzione. Fra una decina di anni, il petrolio venezuelano potrebbe ancora tenere in piedi l’apparato militare Usa. Quando si tratta di fare la guerra, il mercato non conta: paga lo Stato.

E’ per questo che la Cina sta elettrificando il trasporto e sviluppando un’infrastruttura energetica rinnovabile. In questo modo, saranno strategicamente al sicuro, in grado di fare a meno del petrolio. Se fossimo furbi, faremmo anche noi la stessa cosa. E il dieselone del Sig. Rossi? Beh, mi dispiace, ma mi sa che nei prossimi anni di petrolio per lui ne rimarrà poco.

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