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Iran, decimo giorno di proteste: 36 morti. Il capo dell’esercito risponde agli Usa e minaccia una “azione preventiva”

Il presidente Pezeshkian ufficialmente chiede alle forze di sicurezza di non accanirsi contro i manifestanti pacifici e promette 7 dollari a famiglia per affrontare l'inflazione e favorire l'acquisto di beni di prima necessità, ma il dissenso dilaga; cortei si registrano in 92 città. Nel Gran Bazar di Teheran restano chiusi i cambi valute e i mercanti di oro, mentre il regime giustizia una presunta spia del Mossad
Iran, decimo giorno di proteste: 36 morti. Il capo dell’esercito risponde agli Usa e minaccia una “azione preventiva”
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Dieci giorni di proteste nelle città principali così come nelle periferie. Non si placa la rivolta in Iran contro il governo degli ayatollah: secondo l’agenzia Hrana, le vittime sono 36. Tra questi, come scrive l’agenzia di stampa Fars, ci sono anche due poliziotti, che hanno perso la vita a Lordegan, nel sud ovest del Paese. L’aspetto della repressione resta centrale come risposta del regime alla contestazione verso l’ayatollah Khamenei: tra le vittime ci sono anche due minorenni e il fotografo e videomaker Sadegh Parvizzadeh ha pubblicato un video sulla sua pagina Instagram, in cui racconta di essere stato colpito al volto e a un occhio da un proiettile mentre riprendeva i cortei.

Cortei e raduni sono stati messi in atto in 92 città, gli arresti sarebbero più di 2.000. Il regime viaggia a due velocità: il presidente Massoud Pezeshkian ha chiesto alle forze di sicurezza di “non intraprendere alcuna azione” contro i manifestanti pacifici e di fare una distinzione tra loro e i “rivoltosi”. Di contro il capo dell’esercito, il maggiore generale Amir Hatami, ha minacciato un’azione militare preventiva in risposta alle dichiarazioni americane dei giorni scorsi, con le quali il presidente americano Trump ha detto di essere pronto a intervenire se Teheran avesse continuato ad uccidere i civili nelle piazze. Per Hatami “la Repubblica Islamica considera l’intensificarsi di tale retorica contro la nazione iraniana come una minaccia e non lascerà che continui senza reagire”.

In questo contesto, l’Australia ha invitato i suoi cittadini che si trovano in Iran a partire il prima possibile, mentre a Londra il deputato conservatore Tom Tungendhat ha chiesto al governo laburista di Keir Starmer di condividere con il Parlamento informazioni su possibili flussi di “armi e munizioni” da Mosca a Teheran, nonché di eventuali trasferimenti verso la Russia di parte delle riserve auree iraniane, in vista di una potenziale “fuga” di esponenti di spicco della Repubblica Islamica nel caso in cui la protesta dovesse dilagare.

Le ragioni della rivolta sono da ricondurre alla crisi economica, al crollo della moneta, all’inflazione, e alla difficoltà dei commercianti tanto che persino quelli del Gran Bazar di Teheran, per tradizione poco inclini a criticare il regime, stavolta si sono uniti agli studenti. Il governo, nel tentativo di placare il malcontento, ha iniziato a versare ai capifamiglia, sui loro conti correnti, l’equivalente di 7 dollari – somma che sarà devoluta ogni mese – per aiutarli a comprare generi di prima necessità come riso, carne e pasta. Ma i negozianti avvertono che i prezzi di prodotti di base come l’olio da cucina potrebbero triplicare, rendendo vana l’iniziativa di sostegno.

Non è un caso che oggi l’agenzia Hrana indichi nel Gran Bazar l’epicentro delle proteste nella Capitale, e in particolare in alcuni settori “tra cui il mercato dell’oro e delle valute, il mercato dei tessuti e alcune sezioni del mercato dei calzolai e degli elettrodomestici, e un numero significativo di unità commerciali è stato completamente o parzialmente chiuso. I resoconti indicano che questo sciopero è stato organizzato spontaneamente senza una convocazione ufficiale e la principale protesta dei commercianti è stata contro le forti fluttuazioni del tasso di cambio, l’impennata del prezzo dell’oro, la stagnazione del mercato e il forte calo del potere d’acquisto”.

In una situazione così caotica, la caccia al “traditore” è letale. Stamane, come riporta l’agenzia Irna, è stato giustiziato un detenuto, Ali Ardestani, accusato di “spionaggio per il Mossad e fornitura di informazioni sensibili a Israele”.

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